Recensioni

Non è mai stato facile catalogare Andrew Bird, ma durante i primi anni Zero veniva quanto meno la tentazione di avvicinarlo a quel “movimento” – in realtà una piuttosto fugace consonanza di intenti tra artisti neppure troppo simili – che venne etichettato come prewar-folk, dalle parti cioè di un Devendra Banhart e di un M. Ward, questo in virtù di una vena nostalgica che sembrava battere alle stesse frequenze delle vecchie radio a galena, con l’intenzione forse di recuperare la magia di un’epoca forse meno evoluta, di sicuro meno globale, con ogni probabilità più innocente, abbacinata da una fede ingenua e misteriosa nelle possibilità che il progresso spalancava giorno dopo giorno, mentre il presente faticava a liberarsi dagli indocili fantasmi del passato.
Oggi, secondo decennio del secolo ventuno, è praticamente impossibile accostare Andrew Bird a chicchessia. È rimasto solo. Solo col suo talentaccio, col suo crooning al tempo stesso appassionato e riluttante, l’aria da busker col violino stregato, l’abito grinzoso e una buccia di disagio sull’espressione arguta. Si è consolidato attore, nel frattempo, e non è chiaro quanto vada considerata un’attività secondaria o parallela. Di certo, e per fortuna, continua a proporre musica con regolarità, tenuto conto che è passato appena un anno dal precedente lavoro These 13 – in collaborazione con Jimbo Mathus – e pochi mesi in più dall’album “natalizio” Hark!.
Inside Problems è un disco particolare, come del resto da Bird ti aspetti più o meno sempre, ma lo è anche rispetto alla sua discografia. La sensazione è che non sia mai stato tanto libero dal bisogno di appartenere a qualcosa, un genere, una scena, un movimento, e si incammini quindi in souplesse su un sentiero difficile, caratterizzato da numerose sfaccettature musicali e tematiche, tuttavia dando l’impressione di non rinunciare alla leggerezza, a concedere briglia al piacere di suonare e interpretare.
Trame errebì legnose e incalzanti, umori latini marezzati d’Africa, reggae aromatici, folk impollinati di blues e sfarfallii swing, e su tutto una brezza cameristica che gonfia le tende o le vele secondo la situazione. Tutto ciò, a quanto pare, registrato “live in studio” con la band, ovvero Mathus al banjo, Abe Rounds alla batteria, Madison Cunningham ai cori, Alan Hampton e Mike Viola a dividersi basso e chitarra, con quest’ultimo anche in veste di produttore. La voce e il violino (pizzicato e strisciato) di Bird sono un po’ gli argini in cui scorre il fiume, il fondo scala del discorso espressivo che riconduce quindi fortemente al suo autore, quasi si trattasse di un discorso intimo, interiore, proprio come quei “problemi” cui accenna la title track, splendida coi suoi echi Tim Buckley e il trasporto ironico che problematizza il tema dei cambiamenti («Don’t talk to me now, I’m molting/Don’t tell me that it’s revolting/…/Every inch of us a walking miracle»).
In ogni canzone c’è un punto di crisi, lo sporgersi sul buio indecifrabile di un abisso tascabile, si tratti della frattura tra la percezione di sé e chi – chiunque – siamo davvero (Fixed Positions), l’attrito tra vita e tecnologia (nella quasi kinksiana Make a Picture, o in quella Atomized che chiama in causa il David Byrne di Rei Momo), il vicolo cieco tra incomunicabilità e sentimento (una The Night Before Your Birthday inaspettatamente e sbrigliatamente loureediana), la consapevolezza improvvisa della propria relativa insignificanza (nella deliziosamente malinconica Underlands, attraversata da refoli Nick Drake), il consegnarsi enigmatico alle quadrature del destino (nella cinematica Eight), e via discorrendo.
Fino all’episodio finale, la morbida e sottilmente spietata Never Fall Apart, con la quale azzecca un impasto tra cinismo, speranza e ironia («La-la-la, go the singing bones / From the shaky thrones») capace di sollevarti in qualche modo dal labirinto ostile e vischioso che, in ultima analisi, percorriamo più o meno consapevolmente ogni giorno.
Inside Problems è uno di quei dischi che potrebbero spuntare dal baule di un robivecchi, schiacciato tra cianfrusaglie anni ‘50 o ‘60 o ‘70, dimenticato ma insidiosamente vivo come un album di vecchie foto accartocciate, come una colonna sonora beffarda che di colpo t’inchioda a una scena e ti schiaccia il cuore. Un altro bel lavoro, Mr. Bird.
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