Recensioni

7.2

Esotico e pastorale, Andrew Bird si scrolla dalle spalle il passato coi Bowl Of Fire (ma non per questo i membri della band, come vedremo), ovvero seppellisce la misticanza jazz-soul-rock sotto una delicata ma inappellabile coltre pop-folk. Con ciò, sembra riuscire nell’intento di realizzarsi: lo senti dalla naturalezza, dalla solenne partecipazione emotiva che pervade ogni nota di questo – a tutti gli effetti – secondo debutto. Non è per voler gridare a tutti i costi al miracolo, anzi: non saranno certo nove canzoni per poco più di mezz’ora a persuadercene. E non sarà leggere tra i credits il nome di Mark Nevers alla produzione – già al lavoro con Lambchop e Will Oldham – a farci tenere i piedi meno piantati per terra. Onestamente però si tratta di un lavoro che va oltre la semplice gradevolezza. Difficile infatti non farsi conturbare dagli svolazzi & capricci di Action/adventure (l’intreccio degli archi e il riverbero ruvido delle chitarre per un tango in un giardino orientale nel mezzo al deserto) o da quella specie di mambo intossicato che risponde al conciso nome di I (un Tom Waits di sfuggita e il Rufus Wainwright più essenziale).

Tuttavia, non ci faremo prendere la mano. D’altronde, quanti ne abbiamo sentiti di siparietti pepati come Skin (chitarra ghignante, mambo puntuto e fischio gelbiano – del resto con Howe Gelb il signor Bird ha lavorato e non son cose che accadano senza lasciare strascichi) o mollezze tremule come First song (cartilagini d’archi, corde pizzicate, l’estro smorzato da una polverosa nostalgia)? Meno facile – e questo forse è il punto – sentirle interpretate con tanta disinvoltura, quasi fossero l’aria che Andrew respira o il frutto che grato lo sostenta. Quasi che fossero segni già presenti nell’aria in attesa solo d’essere colti, interpretati. Facile e difficilissimo, come azzeccare le previsioni del tempo. Quando poi tutto sembra più costruito, interviene la convinzione anzi diciamo pure l’amore che, nel caso specifico della title track, permette al signor Bird d’abbozzare languori cameristici (una friabile chitarra acustica, un fragrante spampanìo d’archi) con voce che sfiora solennità e inquietudini Thom Yorke e Jeff Buckley quando non la marmorea silhouette di Nico, per poi spegnersi in uno stupendo, struggente bolero.

Quando avrete aggiunto che Lull potrebbe essere Paul Simon recuperato ad un’innocente trepidazione e che Don’t be scared fa slowcore da camera (previo il glockenspiel, le percussioni di Kevin O’Donnell e la serica voce di Nora O’Connor, entrambi già nei Bowl of Fire) come dei Low raddolciti, capirete perché questa mezz’ora e qualche scampolo bastano a farci credere d’aver trovato non un nuovo campione né un genio, ma un nuovo compagno di viaggio. Che, probabilmente, vola.

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