Recensioni
Andrew Bird
Andrew Bird & the Mysterious Production of Eggs
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Edoardo Bridda
- 1 Febbraio 2005

Non ci sono dubbi: il pop è materia di Andrew Bird e a confermarlo è il nuovo album The Misterious Production Of Eggs. Anzi, volendo azzardare, la sua è un’indole, una predisposizione naturale per la scrittura di fulgidi bozzetti melodici dal respiro fortemente europeo (le partiture d’archi bacharachiane) invischiato in un sentire tutto americano (l’emotività vocale di Buckley), come se in vita sua non avesse fatto nient’altro che questo. E un fondo di verità c’è, visto che suona il violino dall’età di quattro anni. Questa volta però il suo strumento principe riveste un ruolo di secondo piano rispetto agli arrangiamenti (più complessi, ariosi, corali) e a una marcata presenza della sei corde.
Dimenticate la scarna e conturbante sobrietà del precedente Weather Systems. Bird ci mostra tutta la sua magniloquenza, la sua ambizione, la sua smisurata passione senza per questo cadere nella prolissità di un Rufus Wainwright. La dimestichezza, la spontaneità che gli è propria gli permette infatti di attraversare in obliquo – mantenendo salda la stabilità – le più contorte traiettorie: dai sognanti tasti bianco–nero di Sovay alla fischiettante filastrocca pavementiana A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left, dalla festosità ultra–contagiosa di Fake Palindromes (tra l’esplosione di un violino e la ventata di freschezza di una chitarra elettrica infarcita di glokenspiel) al Messico dei Calexico scaraventato d’un colpo negli anni Cinquanta (Banking On A Myth) o all’esotismo seducente di Skin is, My (quella Skin di Weather Systems, ricca ora di un testo e di corpose esuberanze ritmiche). Sorprende la sfrontatezza della sua voce, la facilità con cui si districa da un groviglio bizzarro ed ammaliante allo stesso tempo, puntando alla limpidezza di una Measuring Cups, all’intimità bisbigliata di una Masterfade o alla leggiadria impalpabile di una Opposite Day, dal retrogusto beatlesiano neanche troppo velato.
Brani che farebbero invidia anche al più ispirato Sondre Lerche per il perfetto intreccio di voci (il chorus con Nora O’Connor in Tables And Chairs), per la misurata apertura ora verso lo splendore orchestrale, ora verso l’essenzialità elettrica (The Naming Of Things), per la semplicità delle idee che porta Bird a sigillare questo piccolo scrigno ricolmo di sorprese con una The Happy Birthday Song cantata “come se fosse il tuo ultimo giorno qui sulla terra. Niente di più ovvio, potreste obiettare, eppure la genuinità compositiva di Mr. Bird per noi rimane un mistero tanto quanto la produzione di uova nei polli.
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