Recensioni

A volte non c’è bisogno di sorprendere. Non lo shock da primo ascolto, da mirabolanti soluzioni, da trovate spesso incomprensibili per il solo gusto di stupire. No. Alcune volte si ha voglia di familiarità, di luoghi comuni della fantasia in cui è sempre un piacere ritrovare quei punti fermi, quelle certezze scoperte un tempo e poi ciclicamente rispolverate. Con Armchair Apocrypha Andrew Bird è qui a ricordarci quanto di buono avevamo visto e sentito, tra Bowl Of Fire e l’album a suo nome, e viene spontaneo domandarsi come faccia a conservare la sua spiccata leggerezza in composizioni strabordanti come Dark Matter (fischio morriconiano, convulsioni ritmiche e grandeur chitarristica U2) oppure in ballate liquefatte come Armchairs (sette minuti di intenso crescendo). E una risposta non c’è.
O forse sì, e sta tutta in una visione d’insieme che questa volta evita di soffermarsi troppo sui dettagli regalando un suono molto più compatto, organico (centrato per la maggior parte su una puntuta sezione ritmica e sulla predominanza della sei corde, con un violino sempre più in secondo piano), come se Bird si fosse già immaginato su un palco pronto per suonare. E possiamo anche pensare che il languido ondeggiare di Imitosis e l’eclettismo indie di Fiery Crash e Heretics non faranno molta fatica a trasformarsi in veri e propri cavalli di battaglia, forti di una spontaneità interpretativa che continua a rimanere unica. Nessuna grande novità, dunque, in casa Bird, ma una calda e comoda coperta di Linus sempre a portata di mano.
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