Recensioni

7.5

È duplice l’approccio con cui accostare HYbr:ID III di Alva Noto, terzo movimento di un’opera unica iniziata con HYbr:ID (2021), proseguita con HYbr:ID II (2023) e terminata con questo disco uscito per Noton il 5 luglio, che prosegue lungo la traiettoria tracciata dagli album precedenti.

Un primo approccio lo vincola alla sua causa finale. HYbr:ID III raccoglie le musiche commissionate dal coreografo americano Richard Siegal per BALLET OF (DIS)OBEDIENCE, opera di danza ispirata allo Shuudan Koudou (noto anche come Japanese Precision Walking), una disciplina sportiva giapponese che consiste in una serie di sorprendenti coreografie tra gruppi di persone, rigorosamente sincronizzate ma attraversate anche da una sottile vena di umorismo. Il principio che garantisce la resa impeccabile dello Shuudan Koudou è sussumere la volontà individuale alla volontà di gruppo. BALLET OF (DIS)OBEDIENCE nasce, quindi, da una profonda riflessione di Siegal sui concetti di obbedienza e conformità, di identità e appartenenza, riflessione che trasla in movimento in questa sua estetica della (dis)obbedienza. Le musiche raccolte in HYbr:ID III sostengono, dirigono, guidano il dinamismo della danza, connotandosi come una sua trascrizione sonora e in quanto tali sono tutt’uno con la cinetica coreografica.

Abbordare le composizioni di HYbr:ID III da quest’ottica è, perciò, assecondare un approccio della distrazione, perché il rapporto diretto ascolto-musica è mediato – quindi interrotto – dalla visione delle coreografie, che sviano la percezione dal suono alle figure in movimento dei danzatori.

L’esperienza di ascolto di un disco di Carsten Nicolai è piuttosto un’altra. È quella – ci si passi la formula – dell’approccio dell’attenzione, in grado di afferrare l’arte della microscopic music di Alva Noto e goderne appieno. Depurato da ogni commistione con BALLET OF (DIS)OBEDIENCE e ridotto a sé stesso, questo disco rivela tutta la potenza estraniante delle sperimentazioni di Noto e la loro fulgida capacità di dislocare chi ascolta in dimensioni irreali ma vere. Si tratta, per HYbr:ID III, di una vera e propria esperienza acustica che trasmuta in visionaria, anche grazie al mantra delle frequenze digitali magistralmente cucite in sequenza e alla reiterazione meccanica e ipnotica dei pattern ritmici. E a proposito di reiterazione ritmica, una menzione speciale va a Sync Inter, cinque minuti e mezzo di flusso iperbolico, che incastra con meticolosità chirurgica risonanze basse e microwaves altisonanti. Bassi che si ritrovano più dilatati, più corposi, più tridimensionali nella successiva Obsessive Behaviour Day, prova riuscitissima di minimalismo ambient, che mesce suggestioni metalliche a richiami lignei e a movenze liquide.

Le atmosfere si dipanano ovunque da un medesimo registro di intimità immaginifica. Ne è un caso Script Solitude, dove il suono da materico diventa etereo e viceversa, per aprire spazi psichici da sondare, da perlustrare col lume dell’intuito. È maestro Alva Noto – lui che è artista visivo, oltre che demiurgo di suoni – nello stimolare la produzione di immagini che svelano a chi ascolta il proprio indice di visionarietà. E in questo disco, forse molto più che nei precedenti della stessa serie, l’ascolto, se consapevole (cioè, se attiva la percezione sui suoni), diventa scoperta di sé, un viaggio oltre il suono stesso, alla ricerca dello spazio perduto: quello interiore.

Sorretta da serialità e rottura, frequenze siderali, segnali digitali di distanze cosmiche, ambient astrale che unisce cielo e terra, la spigolosa e digitalizzata geometria sonora di HYbr:ID III si disintegra in fluttuazioni morbide mosse dall’ascolto. Abbandonandosi ai tredici brani in progressione, infatti, sembra di galleggiare nel plasma di una galassia, ma il focus rimane centrato su sé stessi, sul proprio assecondare lo stream of consciousness orchestrato da Carsten Nicolai per portarci dove lui desidera, ma dove, in realtà, noi soli possiamo arrivare. E probabilmente sta tutta qui la forza di Alva Noto e pure di questo suo ultimo lavoro musicale: dare un’anima umana a una musica fatta di dati e codici e di errori digitali.

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