Recensioni

La carriera artistica di Carsten Nicolai è ormai al di là del bene e del male, tali e tante sono state le zampate di razza che l’artista tedesco (nato in Germania Est quando l’Est era ancora l’Altro, l’Altrove) ha distribuito tra il secondo e (soprattutto) il terzo millennio, sia in ambito musicale che in quello figurativo, sia maneggiando suoni che luci e colori. L’alter ego sonoro Alva Noto ha sempre dimostrato doti eccelse di rigore e nitidezza, fuggendo gli eccessi intellettualistici e applicando a profusione passione e committment a tutta la sua ricerca. Aver potuto frequentare spesso e volentieri altri Venerabili Maestri del calibro di Ryūichi Sakamoto e Ryoji Ikeda, tanto pe’ fa’ du’ nomi, non può che aver accresciuto esponenzialmente, nel tempo, il peso specifico dei suoi lavori, sempre meno legati a mode e tendenze e sempre più liberi di toccare corde inconsce e universali.
La pentalogia in fieri Xerrox, ora giunta al quarto episodio, è chiara testimonianza del passaggio del tempo e dell’accrescimento di in-consapevolezza. Il paratesto concettuale della fotocopia e della progressiva perdita di informazione nel processo di sample del sample del sample (xerox + error = Xerrox) ha ormai perso importanza nell’inquadrare il polittico che, partito nel 2007 infarcito dei proverbiali glitch (sporcature, accenti, apostrofi di silicio tra le parole “musica” ed “elettronica”), è stato progressivamente ripulito e rifinito in un discorso sempre più intimo e personale, sempre più panoramico e collettivo: per aspera ad astra. La dichiarazione di esplicita preesistenza fisica del materiale sonoro utilizzato mantiene il vantaggio di concentrare meno l’attenzione sull’assemblaggio dei componenti dell’astronave e più sulla sua rotta: un’arca cosmica, da utilizzare per viaggi sì interstellari, ma in direzione centripeta. Lo spazio immenso, dentro di noi.
L’esperienza acquisita nella realizzazione della colonna sonora di The Revenant, che non vinse l’Oscar solo per un cavillo, e che guarda caso vedeva tra i firmatari anche Sakamoto, si dispiega qui in potenza, per larghissime e liriche vedute panoramiche in cinemascope. Con l’unico difetto di non dire nulla di forzatamente nuovo (è un difetto?), il lavoro di Alva Noto si incastona alla perfezione nell’eterna ghirlanda ambient che da Brian Eno, sinesteticamente in bilico tra lo spazio di Apollo e i profumi di Neroli, porta a William Basinski via Pete Namlook.
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