Quest’anno Jack White non si fa mancare nulla: due album e un matrimonio onstage al Masonic Temple Theatre nella natia, Detroit, durante il concerto celebrativo per l’uscita del primo dei due lavori, Fear Of The Dawn. Nel 2022 succedono cose che soltanto vent’anni fa sarebbero state inimmaginabili. Se avessero proposto un disco così al Jack White di White Blood Cells e Elephant, ovvero negli anni di quello che inizialmente chiamarono garage revival (emul rock dalle nostre parti), probabilmente il frontman degli allora White Stripes non avrebbe reagito troppo differentemente da Will Smith agli scorsi Oscar nei confronti del malcapitato discografico.
Jack White modernista? Giammai, lasciamo quella merda cyber nu-metal, stoner allucinata a quegli scioccati degli anni ’90 con il cervello bruciato da Matrix, happening rave e crossover vari. Vent’anni dopo ecco il nostro esibire una lucente chioma azzurra e riproporre le sue grattate chitarristiche da Seven Nation Army con compressori a palla, drumming che par di sentire Larry Mullen in The Fly minacciato con pistola alla tempia (Taking Me Back) e una concerto di schiaffi tastieristici. Dove è finita la retromania, i valvolari, la strumentazione in cui il pezzo più vecchio datava 1962? Chiedetelo al White della title track, ovvero ai Queen Of The Stone Age sempre dell’intorno degli anni di cui sopra. Ma si tratta davvero di modernismo o forse di una distopia targata Jack White? Beninteso, questo White allucinato a bordo di una Cutlass che si lancia contro un’orda di T800 ci piace. E del resto la tamaraggine è rimasta quella degli esordi, a cambiare sono soltanto gli abiti e quel taglio di capelli che senz’altro avrebbe aborrito più di tutto 20 anni fa. Recensione in arrivo firmata da Fabrizio Zampighi; per ora c’è il disco in ascolto.
Paragonare dischi nuovi a quelli di epoche neppure troppo lontane, ma che sembrano lontanissime perché pre-social, pre-smartphone, pre-streaming ecc., è una pratica senz’altro nostalgica. E i nostri newsfeed e le nostre bolle social sono pieni di nostalgia. La nostalgia è la cosa che vende di più. I musicisti ne sono consapevoli tanto quanto i fruitori, e così nel tempo che diventa spazio di Spotify, Apple Music ecc. ti trovi la nuova edizione di Terror Twilight dei Pavement (e annesso EP) sulla stessa playlist o sistema d’ascolto random del debut album delle Wet Leg, che sicuramente a Stephen Malkmus devono molto. Il duo è stato intervistato da Fernando Rennis, e Valerio di Marco ne recensirà il disco omonimo a brevissimo. Qui ci rimane da farvi ascoltare I Don’t Wanna Go Out: quel giro di chitarra cosa vi ricorda The Man Who Sold The World nella versione originale di Bowie o in quella di Cobain con i Nirvana? C’è differenza tra citazione e nostalgia, ma le due cose si sono talmente fuse assieme negli ultimi anni che riesce difficile ripensarle come concetti autonomi, come magari era spontaneo fare in passato. Se Pistol, il docu-fiction sui Sex Pistols di Danny Boyle, è per John Lydon una «fantasia borghese», il duo dell’isola di Wight sembra il sogno bagnato (…va da sé) dei Flaming Lips. Ed è proprio da questa angolazione che le troviamo seduttive nella loro inevitabile derivazione stilistica. A proposito di Lips, quest’estate l’appuntamento è a Acieloaperto 2022. E tornando sull’“addio orizzontale”, ovvero sulla ristampa pavementiana, è curioso riascoltare quel disco in versione differente, più jam band se vogliamo, più per come erano le intenzioni iniziali di quelle difficili session di cui ci dirà presto Ballani.
Chiose a parte, questo è un weekend caratterizzato da produzioni magniloquenti e rétro. C’è chi la retromania ce l’ha proprio come state of mind ed è sicuramente questo il caso di Daniel Rossen, paroliere, cantante e orchestratore nei Grizzly Bear e Father John Misty, l’ultimo degli hipster a rimaner fedele al credo anni ’20 della prima ondata della sottocultura nata (o meglio rinata) il quel di New York negli anni zero di cui sopra (barbe garibaldine comprese). Sia You Belong There del primo che Chloe And The Next 20th Century del secondo, sono buoni dischi. Del secondo si è occupato Antonio Puglia, che ha anche fatto un’introduzione al personaggio per spiegarne quella che è la vera polpa della proposta. Riassunto per velocisti: croce e delizia. Del primo c’è un’introduzione critica del sottoscritto che anticipa uno scritto più esaustivo di Marco Boscolo.
C’è molto altro ancora in questo che è un ricco weekend di pubblicazioni discografiche. Orville Peck con Bronco continua a mandare a memoria una lezione che va da In The Ghetto di Elvis a Shania Twain, ovvero il country che più radiofonico non si potrebbe, come sempre con un tocco di ironia tra le pieghe, o meglio tra le frange, della maschera di pelle. Mark Stewart continua a fare Mark Stewart in Vs. – dove il suo declamato trova spiriti affini nel frattempo anche passati a miglior vita come Mika Vainio dei Pan Sonic e Lee “Scratch” Perry – mentre da Bologna un trio torna a far vibrare il miglior post punk.
Non per ultimo citiamo il buon ritorno di Kae Tempest (The Line Is A Curve) di cui si è occupato Nino Ciglio in una ottima recensione a cui doverosamente vi rimandiamo e dei Calexico (El Mirador) di cui ha scritto Marco Boscolo, che fa un’interessante riflessione sulle orecchie con le quali li ascoltavamo agli esordi e quelle di oggi. Ah, se vi state domandando chi si nasconde dietro la sigla Whatever the Weather, è Loraine James, più volte magnificata da queste parti.
Per l’elenco completo delle uscite del weekend vi rimandiamo, come sempre, alla nostra sezione weekly. Su Spotify trovate inoltre la nostra playlist settimanale, mentre nella sezione classifiche trovate l’aggiornamento fino ad oggi del meglio del 2022.