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Avevamo lasciato Mr. Tillman quattro anni fa con il riuscito e – per i suoi standard – misurato God’s Favorite Customer, sequel di quel Pure Comedy che, in piena sbornia logorroica post-trumpiana, lo aveva definitivamente consacrato come una delle voci più apprezzate e al contempo controverse del nuovo cantautorato indie. A dieci anni dal debutto con il moniker Father John Misty (al netto di una carriera pregressa piuttosto in sordina), con questo non poco ambizioso quinto capitolo arriva il momento di tirare le somme di una carriera nient’affatto scontata.

Non si può infatti non tenere conto dei precedenti, per comprendere come si possa essere arrivati a un lavoro come Chloë and The Next 20th Century: non sono molti a potersi permettere, e a poter osare (con una buona dose di hybris e un pizzico di incoscienza) di cimentarsi con la grande tradizione del Great American Songbook e con titani del calibro di Randy Newman o Harry Nilsson. Lo avevamo conosciuto per vie traverse nel 2008, batterista dei blasonatissimi Fleet Foxes salito in corsa su quel vagone, assurgendo a una notorietà e una visibilità inaspettate – per lui che era stato sino ad allora un cantautore folk-intimista senza particolari fortune. Finché nel 2012, lasciati Robin Pecknold e i suoi, non ha deciso di indossare la maschera del predicatore azzerando tutto, esordendo con Fear Fun e rivelando una personalità artistica molto differente.

La parabola, dopo il crescendo del riuscito e romantico I Love You, Honeybear (2015), ha toccato il suo apice con il citato Pure Comedy, mastodontica predica pop-confessionale che ha finito per rivelare tutti i pregi e, a nostro avviso, gli altrettanti difetti della sua personalità artistica. Da un lato innegabile talento interpretativo, una vena melodica vintage (gli anni ’70 di Elton John come feticcio irrinunciabile) e un ricercato gusto per gli arrangiamenti (complice la curatela dell’irrinunciabile sodale Jonathan Wilson); dall’altro un personale e peculiarissimo songwriting, sospeso fra romanticismo, humour sarcastico e caustico, (spesso stucchevole) autocommiserazione e satira di costume (un po’ alla Newman, coi dovuti distinguo), con un eccesso di compiacimento nel non volersi prendere sul serio – prendendosi, al contempo, terribilmente sul serio – che alla lunga può risultare, come dire, un filino indigesto.

Nel bene e nel male, si tratta comunque delle qualità di un autore originale, che oggi scintillano come non mai. Come da titolo dell’album, la rievocazione di un XX secolo ormai lontano, filtro color seppia attraverso cui leggere e interpretare un presente sempre più indecifrabile e un futuro ancor più incerto, si traduce musicalmente nel rifugio nel passato glorioso delle grandi orchestre swing, di autori e arrangiatori degli anni ’30-’40, di Irving Berlin, di Cole Porter, di Sinatra. Una dichiarazione di intenti, resa esplicita nella torrenziale e drammatica chiusura della co-title track The Next 20th Century: «I don’t know bout you / But I’ll take the love songs / And give you the future in exchange». Meglio tenersi le canzoni d’amore del secolo scorso, e lasciar perdere il futuro.

Scelta coraggiosa (e un po’ ruffiana al contempo, ci sia concesso dirlo), che trova un illustre precedente in A Little Touch Of Schmilsson In The Night del 1973, cult album in cui Harry Nilsson reintepretava, del tutto controcorrente rispetto ai suoi tempi, vecchi standard della golden age (un’operazione di cui fu pioniere, va ricordato, il Ringo Starr di Sentimental Journey del 1970). Indossati quindi i panni del crooner dal cuore spezzato, sardonico e disilluso, Tillman sguazza gigione in questa ricostruzione quasi filmica, cantando prevalentemente di amori finiti («Love’s always gonna leave ya / No matter what they say / you only know what it is / once it’s gone away», recita in Goodbye Mr. Blue, malinconica storia di un amore tenuto insieme dalla morte di un gatto) o sul punto di finire (la languida Kiss Me), di personaggi borderline come Chloe (schiava della benzedrina e suicida il giorno del suo trentunesimo compleanno) o la scrittrice di memoir protagonista di Q4, o la Funny Girl dell’omonima canzone, donna di spettacolo affascinante e irraggiungibile come una Cleopatra alta cinque piedi, ospite del Letterman Show.

Intendiamoci: ogni singolo episodio è senz’altro una delizia per le orecchie, complici gli arrangiamenti orchestrali di Drew Erikson (già con Lana Del Rey e Weyes Blood) e le interpretazioni accorate (e, certamente, piacione) del bel Tillman, a suo agio tanto nella malcelata ripresa – piuttosto pedissequa, ma di grande effetto – di un superclassico come Everybody’s Talking di Fred Neil nella celeberrima versione di Nilsson (Goodbye Mr. Blue), o in un gioiellino pop barocco alla Zombies (Q4), o ancora in una bossanova à la Stan Getz (Olvidado) o un valzer country che non sarebbe dispiaciuto allo Scott Walker dei tempi d’oro (Everything But Her Love), o ancora in un lentone strappacuore condito da sax malinconico e romanticissimi archi (la lynchiana Buddy’s Rendezvous).

Il problema è che, sulla lunga distanza, un lavoro pur accattivante e magistralmente realizzato come questo potrebbe risultare, dopo tre o quattro giri di stereo, l’equivalente musicale di una pizza con l’ananas. In altre parole, la summa di Father John Misty, croce e delizia del nuovo pop autoriale. Prendere o lasciare.

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