Recensioni

Gli uni hanno come logo la faccia di una tigre, gli altri una maschera scheletrica. Verrebbe facile quindi unirli sotto l’emblema dell’Uomo Tigre, del resto sia gli uni che gli altri si batton con furor sui ring dell’underground italiano da quasi trent’anni.
Chi l’avrebbe detto che un giorno i Cor Veleno e i Tre Allegri Ragazzi Morti avrebbero unito le forze e realizzato un lavoro congiunto, andando pure in tour insieme per promuoverlo? Il risultato lo immagini anche solo leggendo i loro nomi accostati, e infatti per certi versi è tutto fuorché una sorpresa, oltre a suonare magnificamente datato. Parliamo infatti di “residuati” nei rispettivi ambiti musicali, ma proprio per questo ce la raccontano meglio di tanti altri, e in tal senso «La stagione dello spoiler per scoprire lo stesso / Questo essere moderni per qualcosa di vecchio», stralcio di testo dell’opening L’Effetto Del Merlo, è una specie di manifesto. Anche se poi come sincrasi ideale tra istanze dell’altro secolo e desolata attualità scegliamo senza dubbio «Non serve mica avere fatto la guerra / Per capire quanto puzza la merda / Per capire che lavorare non vuol dire regalarsi al padrone», perché quando l’alt-rock “sindacalista” incontra la street-art più nichilista il mix può essere esplosivo.
Ci si potrebbe chiedere semmai se a trionfarne sia stato il rap “lurido” del trio romano capitanato da Grandi Numeri oppure il songwriting “fumettistico” di Davide Toffolo e soci, oppure capire in quali passaggi prevalga l’uno o l’altro; ma sarebbe un inutile esercizio, poiché Meme K Ultra non è uno scontro ma un incontro di estetiche, visioni, aromi e rumori: la periferia metropolitana e la provincia a un passo dalla frontiera; i tramonti sui palazzoni con lo sfondo del Cupolone e quelli a nord-est di elisiana memoria; i lezzi monnezzari di Roma e i fumi industriali di Pordenone; il fruscio delle mazzette di Maphia capitale (il ‘ph’ per citare i Flaminio Maphia, storici concittadini e compagni di percorso dei Cor Veleno) e lo stridio delle catene di montaggio della Manchester italiana. Sublime fusione di stili, un’unione quasi naturale, come se le due formazioni si fossero da sempre segretamente studiate nel corso delle rispettive carriere. E questo a dispetto di chi dice che il Friuli non è Italia perché lì Totò non fa ridere e detestano i romani. Ma altro che chiusure: Toffolo, oltre a dire A Me Di Roma Piace Il Rap (dal titolo della quarta traccia in scaletta), ha addirittura affermato che nell’avergli richiesto una vocalità più soul e R&B, questa collaborazione l’ha fatto avvicinare per la seconda volta (dopo il reggae con Paolo Baldini) alla black music.
Difatti questo crossover sui generis mette insieme bassi slappati in perfetto funky style e hip-hop, chitarre ispirate ai Clash più kingstoniani e storytelling ri(t)mato, piglio sfigato da underdog di certo indie italico e quello truce dell’hardcore rap d’annata, quello senza ‘t’ davanti e sciorinato a mano. E quel che più conta è la poetica che ne scaturisce, uno spaesato e decadente frullato anti-sistema dai tratti vagamente 90s, un punto di vista disincantato però non ancora arreso al fatalismo e a tratti perfino sardonico. Perché manco cor veleno, sti ‘tre allegri ragazzi li fai diventa’ morti.
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