Nel mondo delle Wet Leg. Intervista a Hester Chambers
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Fernando Rennis
- 4 Aprile 2022
Passare in poco tempo da improbabili canzoni sull’essere rapiti dagli alieni a poter annoverare tra i propri fan Dave Grohl non è cosa comune. Il mondo delle Wet Leg è questo e molto più, il loro album di debutto per Domino sancisce un periodo in cui sono successe parecchie cose. Tutte imprevedibili, divertenti e abbastanza stravaganti, a partire dal momento in cui Rhian Teasdale e Hester Chambers hanno deciso di mettere su una band. Abbiamo parlato con quest’ultima per farci guidare attraverso il quotidiano e le canzoni del duo dell’Isola di Wight.
Quando faccio scoprire a Hester l’esistenza del brano dei Dik Dik sul suo posto natio, i suoi «oh!» e «beautiful!» ne contornano il ritornello, ma, con buona pace del gruppo nostrano, lasciamo rapidamente le latitudini britanniche perché chiedo a Chambers conferme sul bizzarro prologo delle Wet Leg. Hester è una Alice nel paese delle meraviglie con una voce delicatissima e il sorriso stampato in faccia. Quando le chiedo se è vero ciò che ho letto sul fatto che hanno deciso di mettere su una band dopo un live degli Idles a un festival, annuisce e risponde: «Sì! Eravamo all’End of the Road, gli Idles dal vivo sono energici, incredibili. Noi avevamo cominciato a suonare in acustico da sedute e quella potenza ci ha fatto pensare di usare le chitarre elettriche, perché potevano darci più libertà espressiva. Eravamo un po’ ubriache, in quelle situazioni in cui ti vengono le migliori idee!».

Quelle situazioni in cui magari dici qualcosa senza stare lì a pensarci su, magari il giorno dopo te lo scordi, ma in questo caso la memoria ha fatto un buon lavoro. Rhian e Hester condividevano già alcuni ascolti come il punk rock australiano degli irriverenti Chats e i ricordi liceali dei primi Kings of Leon, ma il lavoro sulle Wet Leg è stato piuttosto indipendente. Sarà anche per questo che la loro «band da hobby» ha strappato in poco tempo un contratto a Domino: «cercavamo un management e poi è arrivata questa opportunità, molto più di quello che ci saremmo immaginate!». Ripercorrendo i fatti, Chambers mi dice che è come se in un battere di ciglia fossero passate dalla cameretta a questo album d’esordio.
Talento o fortuna? Hester non ha alcun ego smisurato e ammette che è stato tutto un allinearsi di situazioni, concludendo che la buona sorte ha giocato dalla loro parte. Ma addentriamoci in Wet Leg, un album in cui le citazioni ai film e alle serie Tv sono presenti sia nei testi sia nei video: in Chaise Long il duo è agghindato come i personaggi di The Village, mentre i loro abiti in Wet Dream sembrano riduzioni di quelli di Handmaid’s Tale. «I video», mi dice Chambers, «sono stati molto do it yourself e spontanei. C’era la pandemia e non siamo state lì a pensarci troppo. Ci piacciono tantissimo i film, purtroppo adesso abbiamo molto meno tempo per guardarli come qualche anno fa».

Ci soffermiamo sulla spontaneità, che credo sia la caratteristica più apprezzabile del disco. L’album tiene a freno l’energia rock in una veste quasi delicata, allo stesso tempo i brani e i testi sono immediati, girano attorno al quotidiano e la domanda su quanto ci sia di Teasdale e quanto di Chambers viene piuttosto naturale. Hester mi racconta che prima del lockdown era tutto molto bilanciato, poi la distanza ha accentuato le differenze, più sarcasmo da una parte e dall’altra attenzione al vissuto quotidiano: «Quando ci riuniamo, ci compensiamo. Per esempio, c’è una parte in Oh No che è nata proprio perché ci siamo rese conto che eravamo state in una camera d’albergo senza parlare perché inghiottite dai rispettivi smartphone».
Wet Leg è una centrifuga in cui il gradiente delle sensazioni di una giornata è frullato in una «polite power», espressione che piace molto a Chambers e funge da chiave di lettura per spiegarmi che, in fondo, «Io e Rhian e siamo due ragazze molto educate, ma allo stesso tempo sentiamo le frustrazioni e la rabbia che fanno parte del vissuto di chiunque. Quindi siamo anche molto potenti, non si scherza con noi!». In realtà, questa frase mi permette di chiederle se sente che il fatto di essere un duo femminile possa spostare l’attenzione dalla loro musica. Hester mi dice che effettivamente è così: «Man mano che le interviste aumentano, ci viene sempre chiesto se siamo femministe. Ovvio che lo siamo, ma si dovrebbe fare questa domanda agli artisti maschi, perché è lì che sta il focus». Idee chiare e talento, le Wet Leg sono una delle band più interessanti in circolazione anche per questo.
