The Edge, Bono e Adam Clayton, still dal clip "The Fly" (1991)

Tutto quello che sapete è sbagliato: quando i nuovi U2 si rivelarono al mondo con “The Fly”

Il 21 ottobre 1991 degli U2 non si parlava da un paio d’anni. Spariti. Le ultime cronache riportavano di avvistamenti allo stadio Olimpico di Roma per Italia-Irlanda del Mondiale di calcio 1990 o per le strade di Berlino nell’ottobre dello stesso anno a protestare contro la caduta del muro (fu un abbaglio, tranquilli). Gli anni ’80 erano finiti e la band, spompata e a corto di idee per sua stessa ammissione, sembrava artisticamente morta.

In verità, il 1 dicembre dello stesso 1990 si era brevemente palesata nell’etere con uno stranissimo videoclip a supporto di una ancora più strana reinterpretazione del brano Night And Day per la Giornata mondiale contro l’Aids, però se ne accorsero in pochi. Stranissimi, video e cover, perché il clip fu girato da Wim Wenders e ritraeva i Nostri avvolti nell’oscurità di chissà quale scantinato, o caldaia, mentre la canzone… beh, capivi che si trattava del leggendario successo di Cole Porter solo quando arrivava il ritornello, tanto invasivo fu il rimasticamento in chiave dark/elettronica. Soprattutto, nessuno pensava che la deviazione synth, un inedito per i quattro, avrebbe anticipato il loro futuro a breve. Anche perché in molti credevano addirittura che per l’annuncio dello scioglimento fosse solo questione di tempo. Gli U2 – era la convinzione – avevano esaurito le cartucce e l’annuncio di Bono proferito dal palco di una delle ultime date del LoveTown Tour del 1989 («Dobbiamo andarcene e ricominciare a sognare») lasciava presagire più la fine di qualcosa che l’inizio di qualcos’altro.

E invece il qualcos’altro iniziò in un pomeriggio d’autunno di un anno come pochi nella storia del rock, che aveva appena visto nascere il grunge (Ten, Nevermind, Badmotorfinger), il post-rock (Spiderland) e il trip-hop (Blue Lines), oltre a regalarci Use Your Illusion I & II, Blood Sugar Sex Magik, Out Of Time, Screamadelica e Loveless, solo per citare i primi titoli di dischi epocali che vengono in mente. Mancavano gli U2 a mettere la firma sul fatidico 1991 e lo fecero nel modo più eccentrico, egotico e scioccante. Musica e immagini (ma anche immagine) non potevano più essere separati nel rinnovato Verbo della formazione irlandese e quindi i nuovi U2 non potevano che rivelarsi al mondo con un videoclip, quello del loro nuovo singolo, The Fly, ad anticipare di circa un mese il settimo album in studio, Achtung Baby, quello della svolta.

Il corto si apriva con uno strano tipo, forse ubriaco, vestito con giubbotto di pelle nera e strambi occhialoni da mosca anch’essi neri come la pece che saltimbancava per le strade di Londra rischiando di farsi investire dalle automobili come un cane randagio e facendo lo scemo tra i pedoni, dirigendone il traffico e disturbandoli alle fermate del bus. Non ci volle molto a riconoscere Bono nei panni di quel dandy perdigiorno, ma non il Bono messianico che avevamo sempre conosciuto bensì – appunto – The Fly, la Mosca, il primo alter ego del cantante con il quale presto condividerà la scena anche negli spettacoli dal vivo.

Il personaggio era ispirato a una categoria di persone realmente esistenti a Dublino, quei tipici figuri – un po’ filosofi, un po’ tuttologi – che si incontrano nei pub e che seduti al bancone davanti a una pinta di birra si prendono la scena discorrendo di tutto. «È quel tipo di personaggio che ha tutte le risposte – spiegò il cantante -, una mosca da bar, un sedicente esperto di politica, un filosofo, che a volte ci azzecca ma il più delle volte no». «È una specie di visionario squilibrato – aggiunse Jon Klein, uno dei due registi insieme al dublinese Richie Smyth – ed è una parte che a Bono riesce facile». Il frontman metteva in bocca al suo amico quello che avrebbe voluto, ma non potuto, dire lui. Lo stesso testo della canzone era una raccolta di massime, proverbi e frasi fatte apparentemente senza senso e scollegati – quando non in controsenso – tra loro ad acuire la percezione di perdita delle certezze che il nuovo corso della band voleva esprimere.

Il video, girato prima di portare a termine le registrazioni dell’album, fu filmato in parte a Dublino a metà settembre e poi nel quartiere Soho della capitale inglese qualche settimana più tardi. Dopo il succitato breve siparietto diurno lo scenario cambiava bruscamente e si trasferiva nei bassifondi di una metropoli notturna e peccaminosa, dove The Fly pareva sentirsi davvero a casa sua. Qui le luci giocarono un ruolo fondamentale ma anche la scelta della telecamera contribuì al clima straniante. Le riprese indoor, che si alternavano a quelle open air, furono effettuate con una lente endoscopica del tipo utilizzato in chirurgia per gli esami interni. «Fornisce un’immagine completamente differente – spiegò il produttore del video Ned O’Hanlon – si usa raramente nei videoclip. Si può riprendere Bono in primo piano e allo stesso tempo riuscire a inquadrare perfettamente gli altri tre dietro di lui».

Gli ambienti al chiuso erano scuri, anonimi e malsani. Sui pavimenti oleosi e fra i miasmi di quei non luoghi infetti, il vocalist e i suoi compagni zampettavano come blatte. Cambiò il vocabolario degli U2: “giusto”, “pulito” e “sincero” furono rimpiazzati da “iniquo”, “sporco” e “infido”. Eccesso e stravaganza erano i nuovi imperativi, non solo nel suono ma anche nel look. Gli U2 sembravano diventati i negativi di se stessi, un completo rovesciamento di paradigma: non più la band austera e conventuale degli anni ’80 ma una nuova creatura forastica, viziosa e informe. Abbasso l’impegno viva la follia, addio vita monastica (si fa per dire), benvenuti sesso, droga e rock ‘n’ roll, con tutto il corollario di modelle, limousine e party notturni.

«The Fly è amorale – spiegò Bono – forse ha pienamente torto, forse ha pienamente ragione. È blues e gospel, inferno e paradiso. Può essere tutte e due le cose senza bisogno di scegliere». Ma c’era ironia sottesa al tutto. I nuovi U2 erano sardonici e disincantati, e il video seguiva sulla stessa falsariga: «È un tentativo di portare un po’ di ironia nel medium perché non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho riso guardando qualcosa su MTV», disse The Edge.

I quattro erano tirati a lucido e apparivano sexy, decadenti e minacciosi. Di Bono, rockstar gagà totally dark dalle reminiscenze d’antan a metà tra Elvis e Jim Morrison, abbiamo detto, ma anche gli altri non erano da meno: The Edge con “canotta” cafona, calzoni intarsiati di borchie, berretto di lana in testa e pizzetto da sparviero; Larry Mullen jr. e Adam Clayton parimenti unti, biechi e torvi. Addio all’immagine da paladini folk con cappelli e stivaloni da cowboy che aveva caratterizzato l’era The Joshua Tree, adesso gli U2 somigliavano a una gang di spacciatori, o allibratori. Everything you know is wrong, era uno dei distopici mantra che – insieme a Watch more TV e svariati altri – scorrevano sugli schermi televisivi presenti nel video, che anticipò il tema “catodico” dello ZOO TV Tour, allora in fieri.

Dal marzo successivo, infatti, gli U2 metteranno in piedi uno dei live show più ispirati e concettuali di sempre per denunciare lo strapotere della televisione, prima nella versione da palazzetto e poi in quella ancor più grande e spettacolare all’aperto del 1993. E come accadrà sul palco, anche nel video Bono si divertiva a fare zapping con un gigantesco telecomando in mano, standosene stravaccato su una sdraio probabilmente ripescata da qualche cassonetto per strada e sistemata davanti alla vetrina di un negozio di televisori, ovviamente chiuso in orario notturno.

The Fly inaugurò la stagione “acida” del quartetto, una fase che durerà tutto il decennio e gli allungherà la carriera fino ai giorni nostri. Una rivoluzione estetico/stilistica che nella storia del rock trova eguali probabilmente solo nel passaggio di Bob Dylan dall’acustico all’elettrico, nei Pink Floyd prima e dopo Syd Barrett e nel David Bowie della trilogia berlinese.

Il pezzo si apriva con un’artigliata di chitarra trattata fino allo stremo, a introdurre un groove lisergico/danzereccio dai forti accenti industriali. Bono cantava con tono sensuale, ancorché viscido e ambiguo, un quasi spoken-word che da una strofa neogotica sfociava in un ritornello sviante dove a imporsi era un falsetto ingannatore che parlava di stelle che cadono dal cielo e uomini che strisciano sulla superficie liscia dell’amore come mosche su un muro (anche se poi uno che vede le mosche strisciare o è ubriaco o è strafatto). Uno stravolgimento copernicano per chi in passato scriveva canzoni dedicate a Martin Luther King. Il (non)senso era di non fidarsi, il messaggio era conservare bottiglie vuote, per dirla coi Bluvertigo. We’ll slide down the surface of things e chissenefrega dei contenuti.

Ma i contenuti in verità abbondavano. Così irlandesi, gli U2 non erano mai stati. Loro, nati e cresciuti in una città bohémienne come Dublino ed eredi della tradizione di Wilde, Stoker, Joyce e Beckett. Assurdi, ecco. I nuovi U2 erano insensati, incoerenti e paradossali. Tutto quello che sapete è sbagliato, ma quel giorno del 1991 scoprimmo che era magnifico prendere cantonate.

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