Recensioni

7.1

Tra il precedente Designer e il qui presente Warm Chris sono passati tre anni più o meno esatti. In mezzo c’è stato tutto quello che sapete, ma va detto subito – non senza, lo confesso, un pizzico di sollievo – che non abbiamo a che fare con uno dei tipici lavori “al tempo del covid” come ne escono a frotte e comprensibilmente da qualche tempo a questa parte.

Aldous Harding non aveva certo bisogno di un tempo fuori di sesto per rendere più eccentrica la propria traiettoria, o comunque deliziosamente imprendibile. Che in questo quarto album mette a segno uno step ulteriore, calando sul piatto una versatilità sbalorditiva dal punto di vista delle interpretazioni canore. “Versatilità” però è un termine che non rende, bisogna azzardare una terminologia più, come dire, intensa. Tipo: eclettismo. O meglio: trasformismo. Addirittura: metamorfosi. Oppure, più cautamente, quello che fa la brava Hannah/Aldous con la sua voce è interpretare nel senso più pieno e profondo, oserei dire teatrale. Ogni canzone è una mini pièce, uno sketch, una parte in cui calarsi totalmente, adeguando stile, inflessione, tono, timbro. Non a caso in una recente intervista la Harding ha dichiarato di non sentirsi tanto una cantante quanto una “song actor”.

Ed ecco che questo Warm Chris, ancor più del predecessore, ha l’aria di uno spettacolo d’arte varia un po’ buffo, un po’ ricercato, a tratti enigmatico e ombroso, forse un pizzico sbarazzino. Il rischio era che potesse sembrare né più né meno di un carosello celebrativo per l’ormai noto talento della Harding; invece – ed è questo il bello, anzi il punto – col suo mettersi al servizio della canzone, col suo adeguarsi anzi trasformarsi canzone dopo canzone, la neozelandese si annulla in esse, appallottola il concetto stesso di talento in quanto performance, per celebrare la canzone come unità espressiva minima – e perciò potente – per tempi veloci, curando di ognuna il senso, l’equilibrio, con un’economia di mezzi frutto di grande lucidità (a dispetto del piglio apparentemente sbrigliato).

Per il terzo lavoro di fila, Hannah si fa aiutare da John Parish, uno dei più inafferrabili tra i musicisti/produttori inglesi, il cui tocco imponderabilmente apolide si avverte nell’alternarsi di esotismo ondivago, fragranze vintage ed effervescenze spigolose. Dal punto di vista delle sonorità è un album sfuggente, un rimpiattino allusivo tra sottigliezze psych-pop, languori folk, fregole latine, abbandoni jazz e miraggi in bilico tra soul e broadway. Resta però centrale, ed emerge con gli ascolti, la qualità della scrittura, ovviamente verrebbe da dire, perché condizione necessaria di una proposta di questo tipo: laddove infatti le linee guida dello streaming tendono a enfatizzare l’impatto e la riconoscibilità di suoni, moduli melodico/armonici e formulette sloganistiche, le canzoni in Warm Chris sono manifestazioni anomale, decentrate, bizzarre, inafferrabili, proprio in ragione del fatto che hanno qualcosa di anomalo, decentrato, bizzarro e inafferrabile da esprimere e lo fanno con intelligenza, arguzia e sensibilità. Con passione («Passion must play, or passion won’t stay», declama in Passion Babe).

Si parte quindi con una Ennui intrisa di french touch tanto da far pensare a degli Stereolab a spine staccate, per arrivare a una Leathery Whip che sgrana psichedelia frugale 60s piuttosto balzana (ai cori troviamo Jason Williamson degli Sleaford Mods), mentre in itinere ci imbattiamo nel mambo camp della già citata Passion Babe (la voce una cantilena à la Courtney Barnett), in una Fever che ciondola ingrugnita come una Sharon Van Etten rapita da spossatezze quasi Lambchop, nello slackerismo beckiano tra facezie lunatiche Cocorosie di Tick Tock, nell’incantesimo indolenzito di She’ll Be Coming Round The Mountain (da qualche parte tra Neil Young e Sandy Denny), in una title-track che sparge ectoplasmi prewar folk come una Joanna Newsom ridotta all’osso, e via discorrendo. Dieci pezzi che sembrano provenire da dieci album di dieci artisti diversi, ma che qui devono stare, questo è il loro nido e traguardo, il loro luogo.

Le canzoni, sembra dire la Harding, pure quelle che per comodità chiameremo “canzoni pop”, sono bestie strane, non i pupazzetti so cute a cui vi stanno abituando. Le canzoni sono amici che suonano il campanello di notte, magnetismi inspiegabili, ricordi improvvisi che t’incollano lo sguardo alle pareti, infatuazioni fuori catalogo, illuminazioni fuori squadra: più le pianifichi, le canzoni, più le progetti e le ingegnerizzi, e meno le possiedi, e meno ti possiedono. Il punto è rendersi strumento e (oppure) farsene attraversare, come il soffio nella tromba. Come brividi nel nulla.

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