aya, press shot di Suleika Müller
aya, press shot di Suleika Müller

Migliori album 2021. Classifica e considerazioni di Giuseppe Zevolli

Calma apparente: un anno alla ricerca di piccole rivoluzioni in musica

C’è un disco che, più di tutti, ha segnato il mio passaggio dal 2020 al 2021 ed è Blue Hills di Jonnine Standish (membro del gruppo australiano HTRK). Sull’onda di un personale reinnamoramento per la musica ambient di cui parlavo su queste pagine lo scorso anno, il disco “del lockdown” di Jonnine per la serie Documenting Sound di Boomkat ha finito per catturare al meglio un senso di “calma apparente” che ha accompagnato i miei ascolti ben oltre la primavera. Sonorità ambient di matrice rigenerativa non sono venute a mancare (qui sotto una selezione di brani a prova di burnout e “lavoro immateriale), ma, come l’ossessione per i sussurrati vaticini e le increspature noise del pur distensivo Blue Hills lasciava intendere, sono riemerse una sete di cupezza e una smania per sonorità contrarie.

Tra i dischi obliquamente contrari della mia Top 20, oltre a Departing Like Rivers dell’imprescindibile Shackleton e a LEGENDO della nuova leva del techno-folk macabre Lutto Lento, compare To All Sides They Will Stretch Out Their Hands di Pendant, AKA il produttore del Kansas Huerco S. To All Sides apre con un repertorio di sontuosi synth e impercettibili field recording senza particolari pretese narrative, ma nella sua seconda metà racconta un’altra storia. Gli otto, asfittici minuti di The Story of My Ancestor The River irrompono con violenza, tra assordanti clangori e melodie folk iperdistorte che nulla hanno da invidiare alle cospirazioni sonore dei primi Nurse With Wound. Una sorta di trappola, il brano agisce da richiamo a non abbassare la guardia.

Le scosse di terremoto sono da sempre al limite del percepibile anche nella discografia aliena di Grouper, ma non per questo meno minacciose. Nel suo Shade, disco che ha segnato un ritorno più netto alla chitarra, le false partenze di The way her hair falls e le ripide ascese di Disordered Minds raccontano un mondo interiore sull’orlo di implodere. Anche la Tirzah di Colourgrade mi ha comunicato, fin da subito, un senso di pace provvisoria. Pur essendo un album ispirato alla domesticità e alla ricerca di una dimensione familiare, Colourgrade è un album essenzialmente in bilico, tra R&B e industrial, tra spigolosa elettronica e ninnananna. La mia chiacchierata di metà agosto con Tirzah, pubblicata su SA, non ha fatto altro che confermare l’impressione: catturati in gran parte di sfuggita in studio (si dice che Dean Blunt, intento a registrare il suo BLACK METAL 2 nei dintorni, abbia dato il suo input di tanto in tanto), i momenti di improvvisazione di Tirzah, Mica Levi e Coby Sey raccontano attimi di pura gioia (le inossidabili amicizie descritte in Hive Mind, la figlia che dorme in Sleeping, la dichiarazione d’amore al compagno in Beating) su cui incombono imperfezioni e dissonanze.

Se in Medieval Femme, in cui interpreta poemi classici scritti da donne arabe tra elettronica minimalista e strumentazioni medievali, Fatima Al Qadiri trasforma malinconia e alienazione in arme di resistenza, in Painful Enlightenment Jana Rush ricorre ai sample jazz e ritmi footwork più esagitati per raccontare un lungo periodo di depressione. Suicidal Ideation, Disorientation, Disturbed e Mynd Fuc (una delle perle del disco), non sono esattamente i titoli che vi aspettereste dal disco di una veterana della scena house di Chicago. In Honest Labour del duo di Manchester Space Afrika, invece, è impossibile rimanere impigliati in un particolare stato emotivo. Nelle atmosfere notturne di Honest Labour il duo ha raggiunto nuove vette d’ispirazione, riuscendo al contempo a sintetizzare una miriade di riferimenti di genere (ambient, hardcore continuum, trip-hop, industrial) e a documentare una dimensione urbana vissuta all’insegna della dissonanza cognitiva.

Aaron Dilloway e Lucrecia Dalt nella dissonanza, sia cognitiva che sonora, sguazzano, il loro disco a quattro mani Lucy and Aaron un piccolo, ininterrotto saggio di surrealismo à la ResidentsIf we try to find out what the thing means for us/We find that it is what’s in itself», intimano in The Blob) in cui le tipiche, frastornanti sonorità di Dilloway scendono a compromessi con l’approccio acusmatico di Dalt. Un Dilloway così pop e una Dalt così ‘ready to pop’ (nel senso di ‘esplodere’), non li avevamo mai sentiti. Altre coppie esplosive e contrarie, finanche rivoluzionarie, di questo 2021 i Lost Girls (Jenny Hval e Håvard Volden) di Menneskekollektivet, un bizzarro album di dance postrutturalista, e Emmanuelle Parennin e Detlef Weinrich in Jours de grève. Scritte e registrate durante il periodo di scioperi generali in Francia del 2019-2020, le otto composizioni dell’album si propongono come musica capace al contempo di esorcizzare il discontento e incitare all’azione. Le ritmiche dub di Weinrich e la sensibilità psych-folk di Parrenin uniscono le forze per recuperare un’energia primordiale, capace di musicare un risveglio collettivo. Le straordinarie interpretazioni vocali di Ghédalia Tazartès (scomparso nel Febbraio 2021, a meno di un mese dalla pubblicazione di questo album), esasperano il senso d’urgenza.

L’approccio è collettivistico anche in Heaux Tales di Jazmine Sullivan, un album R&B che sembra voler creare una sintesi definitiva tra gli interludi di stampo sociologico di The Velvet Rope di Janet e l’ultima Solange, e nello straordinario Black Encyclopedia Of The Air della poetessa di Philadelphia Camae Ayewa, aka Moor Mother, cui partecipano, tra gli altri, i rapper lojii e Pink Siifu. Complici una produzione più cristallina e una predilezione per sonorità soul, musicalmente Black Encyclopedia si propone come il disco più accessibile di Moor Mother. Tematicamente, invece, Ayewa prosegue il suo programma di decostruzionismo anti-colonialista e il viaggio nel tempo che da sempre le consente di portare alla luce impressionanti dialoghi intergenerazionali («We reach into the gap/In reach your hand out for the memory/In memory of all of us/Our elders, our holders of history/Our guarders of truth and foundation», recita in Tarot, in duetto con YATTA).

Nel 2021 è tornata anche Arca, la cui figura di performer in fieri si è divisa tra quattro album al limite del transumano e transgenere. Nonostante sia possibile etichettare KICK ii, KicK iii, kick iiii e kiCK iiiii, rispettivamente, come l’album reggaeton, deconstructed, alternative e ambient, abbondano i punti di sutura capaci di tracciare le linee di un unico, espansivo universo sonoro sci-fi incapace di contenere le ambizioni della produttrice venezuelana. Per chi, come il sottoscritto, sperava di ritrovare, condensati in un unico spazio, i momenti di eccesso tipici dei live e DJ set de la Doña, KicK iii, in particolare, è riuscito a superare ogni aspettativa.

Laddove la rivoluzione di Arca si manifesta attraverso un demiurgico world-building improntato alla visibilità ad ogni costo (l’immagine di Arca & co. che si appropriano della Plaça dels Àngels di Barcellona come fosse il set di un video di Aphex Twin nel clip di Electra Rex è tra le più memorabili del 2021 in musica), im hole della produttrice di Manchester aya gioca a nascondersi per poi prendere d’assalto. Le psichedeliche composizioni elettroniche e i DJ set di aya da sempre (e ben prima che se ne accorgesse Pitchfork, quando ancora aya pubblicava a nome LOFT) puntano allo straniamento e alla critica (complice il suo essere «made in Yorkshire», come ci ricorda in Emley lights us moor, aya non teme il confronto sul tema della classe sociale). im hole è un ideale punto d’incontro tra un disagio industrial à la Throbbing Gristle (somewhere between the 8th and 9th floor) e un’estetica HD (dis yacky) in cui il club diventa teatro di reinvenzioni personali e collettive. Passando con disinvoltura da ambient a grime, da sussurrate riflessioni a incontrollate psicosi («Oh the stubble/Oh begone/You unholy cunt»), im hole è l’epitome di quella sensazione di calma apparente che ha caratterizzato il mio 2021 e al contempo ne è una risposta: «Straighten out your shoulders, love/Push your head up/and don’t forget to breathe».

Top 20 album

  1. aya – im hole
  2. Emmanuelle Parrenin and Detlef Weinrich – Jours de Grève
  3. Jazmine Sullivan – Heaux Tales
  4. Space Afrika – Honest Labour
  5. Moor Mother – Black Encylcopedia Of the Air
  6. Lost Girls – Menneskekollektivet
  7. Arca – KicK iii
  8. Aaron Dilloway & Lucrecia Dalt – Lucy & Aaron
  9. Grouper – Shade
  10. Tirzah – Colourgrade
  11. Lutto lento – LEGENDO
  12. Shackleton – Departing Like Rivers
  13. Tyler, The Creator – Call Me If You Get Lost
  14. Jana Rush – Painful Enlightenment
  15. Lana del Rey – Blue Banisters
  16. Nick Cave & Warren Ellis – Carnage
  17. HTRK – Rhinestones
  18. L’Rain – Fatigue
  19. Pendant – To All Sides They Will Stretch Out Their Hands
  20. Fatima Al Qadiri – Medieval Femme

Top 100

Tracklist

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