Recensioni

7.5

Ogni disco di Grouper è un piccolo gioiello. Non una pietra preziosa o un diamante scintillante, ma qualcosa di più simile agli anelli creati con un filo d’erba, ai ciondoli fatti con una conchiglia raccolta dopo una mareggiata. Oggetti che trovano il proprio valore nella semplice testimonianza di un sentimento, uno stato d’animo, un momento. Anche per questo l’ormai consueta abitudine di Liz Harris di comporre dischi andando a pescare brani da un repertorio pluriennale dimostra la natura slegata dalla contemporaneità della sua proposta artistica. Sono gli attimi ad avere importanza, non il presente; i ricordi che, dopotutto, si dimostrano quanto di più vivo possa esserci. Non era questo, eccezionalmente, il caso dell’ultimo lavoro lungo, Grid of Points, composto e prodotto nel giro di poche settimane.

Shade si inserisce nella tiepida sorgente della penna di Grouper, raccogliendo invece di nuovo brani scritti e registrati negli ultimi quindici anni. Variano tempo e spazio, quindi, ma Harris ci ha ormai da tempo insegnato la loro aleatorietà. Il disco è allora omogeneo, raccolto e tanto intimo da mettere quasi soggezione quando la sua voce e la chitarra sono talmente sussurrate da emergere a malapena al di sopra della latenza dei microfoni. Una vena confessionale accentuata anche dalla natura volutamente grezza delle tracce: non solo dal punto di vista produttivo (anzi, non esiste praticamente produzione) ma anche e soprattutto per quello intrinseco delle registrazioni. I brani talvolta si interrompono prima di ripartire come se fossero ancora – anzi lo sono – in una fase embrionale (The Way Her Hair Falls), oppure terminano con le voci in presa diretta dallo studio. Quelli più strutturati, e sono comunque scheletri, si fermano a un passo dal diventare canonici, usano melodie che cullano nonostante le tenebre incombano. D’altronde a che servono le ninnananne?

Siamo sempre sul baratro di un’oscurità che chiama, Disordered Minds e Followed the Ocean pulsano rinchiuse nei meandri di una grotta marina o un antro, sotto coltri di chitarre riverberate, la splendida Ode to the Blue è una ballata terzinata lo-fi nella quale l’unica salvezza è la voce imperfetta e appena accennata che racconta di fantasmi e istantanee vivide. Si toccano con mano le indecisioni, dicevamo, le fragilità e l’imperfezione in quello che è forse l’apice di impalpabilità e di tenerezza, Promise: «I know you take care of me / and I like that», raccontato con una voce che è poco più di un sussurro E poi le mattine nebbiose, altro luogo prima di tutto mentale, e la sensazione del viaggiare verso casa, immaginandone il tepore, l’odore, l’atmosfera («Alone on the road at night / Calling the white fog rising up / To consume me / Guess I’m halfway home / Can’t wait to be there / Can’t wait to be alone») in una Kelso (blue sky) che offre un lato quasi strettamente cantautorale e per certi versi inedito che fa il paio con la psichedelia dreamy di Basement Mix.

Grouper sembra volerci trasportare oltre i panorami foschi coi quali l’abbiamo a lungo identificata, mostrarci che il tremolio della luce persiste in piccoli luoghi abitati, in quelle che sembrano isole incastonate tra mari agitati. La scelta della chitarra, vero filo conduttore di questi nove brani, permette a Harris di declinare in maniera inedita anche la sua scrittura, più esplicita e diretta – e non solo perché più “udibile”. Non a caso il primo estratto è stato – volutamente? – Unclean Mind, pezzo che sorprende(va) per una melodia e un arrangiamento quanto mai vicini a Elliott Smith (tra l’altro, in questi giorni cade l’anniversario della sua morte, 18 anni fa). Se in Grid of Points insomma era stato il piano a legare insieme una scaletta molto circostanziata, oggi Grouper asciuga ulteriormente il messaggio, mettendosi a nudo come mai prima. Lo fa con garbo, quasi in punta di piedi, come si entra nella stanza di qualcuno che sta dormendo («walk into the light of a pale interior», per citare un’altra piccola gemma di minimalismo arpeggiato sopra al quale si intrecciano linee vocali eteree).

I crepitii delle dita sulle corde sono quelli di una presenza vicina della quale ci accorgiamo soltanto quando se ne va, e allora c’è qualcosa di rassicurante in questo mondo che è fatto di tante solitudini: il ricordo della luce tra i capelli, la consapevolezza di essere imperfetti, sapere di avere amato qualcuno. Forse basta questo?

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