Recensioni

Ascoltato il primo estratto dal nuovo lavoro di Fatima Al Qadiri (Malaak), la prima impressione è stata ambigua. Questa nenia distopica arabeggiante, scurissima e arrampicata su arpeggi sintetici che rimandavano a paesaggi tanto anticheggianti quanto distopici sembrava riallacciarsi tanto a Shaneera (il suo ultimo EP) quanto alla colonna sonora prodotta da Al Qadiri per il film Atlantics. Certo, i dettagli sul titolo del disco e sulle ispirazioni poi facevano il resto: Medieval Femme e il riferimento alla poesia femminile araba classica si dimostravano a tutti gli effetti una dichiarazione di intenti, forse la più esplicita mai fatta da Al Qadiri. I contorni di un disco che, questo sì in perfetta continuità con l’opera della producer kuwaitiana, si sarebbe questa volta sviluppato in orbita su questi temi e su un passato che è un futuro anteriore.
Se c’è un lato debole in tutta la faccenda, è proprio questa dichiarata ispirazione tratta dalla poesia araba: un po’ fine a se stessa e alla costruzione dell’immaginario piuttosto che significativa dal punto di vista sostanziale. Ma non è questo il punto. Al Qadiri ha orchestrato un lavoro che, muovendosi sulle scie della musica da film e dunque attraversata da temi ricorrenti (A Certain Concubine e Qasmuna, per dirne due che dialogano in maniera particolare con l’oud), lascia da parte ogni velleità ritmica in senso stretto – l’unico beat nella mezz’ora di tracklist è appena accennato in Sheba – mirando alla costruzione di un panorama mentale al tempo stesso identificabile e straniante.
Secondo un’ipotesi riguardante la robotica (la Uncanny Valley), più un robot si avvicina alle sembianze umane più lo guardiamo con sensazioni positive; man mano però che la verosimiglianza si avvicina a un estremo realismo rappresentativo, cominciamo a percepire la macchina con inquietudine e talvolta addirittura repulsione (oggi diremo creepy!). Lungi dal risultare repellente, però, Medieval Femme si pone proprio su questo limbo a cavallo tra la familiarità della musica mediorientale e il vero e proprio cambiamento di senso cui viene sottoposta.
Si mostra con il fascino di un oggetto misterioso, primitivo, del quale non si conosce l’utilizzo o l’origine. L’arpeggio digitale della title track, sul quale si dipana un canto (è la voce di Al Qadiri? Qui però non c’è più spazio per le manipolazioni dei tempi di Warn-U, esordio della Nostra sotto il moniker Ayshay) porta subito in un altrove non soltanto spaziale ma anche temporale. C’è questo alone di passato, certo, ma non è il passato di per sé già plasticoso del digital folklore (per altro non ditelo alla Al Qadiri, ché di vapor e affini non ne vuol sentire parlare), piuttosto è un passato (esiste? Non esiste? In fondo il passato è in una certa misura rappresentazione) riscritto con occhi contemporanei. Dunque c’è inquietudine, a iosa, su un substrato di synth che è molto hyperdub: la maestosa Vanity è dove pop e folk si intrecciano maggiormente con qualche eco eighties subito spento da un’orchestrazione che non permette al pezzo di prendere binari canonici; Golden prende le mosse da un intreccio Björk-orientale e l’unico momento di relativa quiete arriva sul finale con una Zandaq deliziosa e campestre (il parallelo, se ne vogliamo uno, può essere con l’ultimo Facta) che si spinge a riallacciare melodie ancora più orientali, prima di essere perturbata da un interludio che si risolve tornando alla calma e spegnendosi su un clavicembalo che è in qualche misura metonimico di tutto il lavoro.
È lo stesso suono che in Malaak disegna i panorami più cupi del lotto, portando all’estremo quella sensazione di straniamento dovuta all’accostarsi di melodie smaccatamente arabeggianti con un modo – scuro, opprimente, quasi mostruoso – che non saremmo portati ad accostar loro. È, in definitiva, il mood che rende questo disco – paradossalmente, verrebbe da dire – contemporaneo: perché viviamo tempi ibridi tra tecnologia e magia, in un presente che se da un lato corre a folle velocità verso automazione, intelligenze artificiali e internet of things, dall’altra ha risvegliato superstizioni, pensiero magico, fascino per l’occulto. Per questo suo somigliare a uno spazio-tempo verosimile ma inesistente, forse, ci sembra familiare pur restando intimamente oscuro.
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