Recensioni

La scorsa estate, durante un DJ set in un club di Barcellona, Kevin Parker aveva presentato un edit di quello che sarebbe diventato il singolo apripista del nuovo corso dei Tame Impala. Già dal precedente album, il produttore australiano aveva spostato il proprio sound verso ritmi più da pista da ballo, e l’anticipazione di quel brano di sette minuti di trance dance in 4/4, con la sua voce sognante in modalità pop a distendersi su un tappeto di synth onirico, aveva fatto storcere il naso a più di un fan della prima ora. L’approccio ricordava, per attitudine e struttura, artisti come Floating Points, Four Tet e Caribou, esempi di chi, partendo da presupposti diversi, era approdato a un’elettronica elegante e atmosferica, con un cuore da dancefloor.
L’uscita ufficiale del brano, Loser, confermava la direzione del progetto, introducendo l’arco tematico del disco, ispirato ai bush doof — i dance party tipici dell’entroterra australiano — e un testo che, apparentemente incentrato sull’allontanamento da una persona amata, conteneva in realtà riferimenti al rapporto con i fan e alle loro aspettative, un tema già affrontato da Parker con l’uscita di Currents, a pochi anni dagli esordi puramente psych.
Che il nuovo Tame Impala fosse intriso di nomadismo rave è sottolineato anche dal video di Loser, diretto dall’artista multidisciplinare Julian Klincewicz. Scene estasiate, momenti di composizione nella natura e flash lisergici si susseguono freneticamente, sdoppiati in un doppio riquadro che confluisce in un fotogramma centrale onirico. Deadbeat abbraccia questo contesto con più complessità e incertezza di quanto ci si potesse aspettare all’inizio. Studio, prove e tentativi in ambito dance emergono chiaramente dalle tracce: dall’energetico groove house di My Old Ways, al funk anni ’80 à la Caribou di Obsolete, fino alle trame eteree e baleariche di End of Summer. Il disco è costellato di dettagli curati e omaggi sonori — dai richiami a Thriller (Afterthought) all’influenza degli Underworld — segno di una ricerca autentica.
Rispetto a The Slow Rush, dove il parco ritmico — R&B, disco e funk — si integrava armoniosamente con la sensibilità melodica del produttore, nella nuova prova questi elementi sembrano entrare in frizione, con la componente melodica che spesso risulta svalutata, ridotta a mera parvenza di ciò che una melodia dei Tame Impala rappresentava.
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