Lucide visioni
-
Diego Ballani
- 28 Giugno 2010
La miccia è stata innescata dal solito Pitchfork, che ha trasformato il loro nome in quanto di più cool possa trovarsi citato nell’orbita internettiana. Buffo destino per quest’oscura creatura che pare approdare a noi dalle nebbie dei tardi 60s. La loro è una psichedelia liquida, che si libra su paesaggi desertici e aggrovigliate strutture arboree, ha una matrice heavy, ma si è ripulita di tutte le scorie metalliche per innalzarsi in eteree spirali sonore.
Una storia che inizia con un ep senza titolo, uscito nel 2008 e ribattezzato Antares Mira Sun in virtù delle arcane iscrizioni inserite nel disegno di copertina. “E’ un quadro che rappresenta la nebulosa di Orione – afferma il giovane leader, Kevin Parker – composta in parte da gas e in parte da polvere. Non una vera e propria stella ma una stella in fieri”. Questo tanto per farsi un’idea dell’afflato elementale che anima la band. Parker, ha scritto e suonato ogni singola nota finora incisa e ci tiene a far sapere che i Tame Impala sono la sua creatura. “Ha funzionato così sin dall’inizio, mi piace avere il controllo totale. Ognuno degli altri membri della band ha il proprio progetto. Io stesso suono in un altro paio di foramzioni guidate da altri musicisti“.
Nel frattempo però gli Impala hanno iniziato a decollare, grazie ad importanti apparizioni al fianco di gente come Kasabian e Black Keys, e al tour di supporto ai MGMT, da cui hanno imparato a gestire lo status di next big thing. Per il primo attesissimo album ci si sarebbe aspettati un balzo in avanti in termini di etichetta e produzione, loro invece hanno confermato la Modular e sono andati a registrarlo a New York, sotto la supervisione di Dave Friedman dei Flaming Lips “l’unica persona che avrei accettato di avere al mio fianco” sottolinea Parker.
Innerspeaker è un gioiello dal suono vintage ma estremamente pulito: non si fa rinchiudere nell’angusto steccato del verse-chorus-verse, si arricchisce di gustosi effetti e tastiere analogiche e lambisce architetture prog senza mai suonare stucchevole o pretenzioso. Al contrario, brani come il singolo Solitude Id Bliss ridefiniscono il ponte fra antico e moderno psycho pop. Quest’ultima poi è arricchita da un video al tempo stesso oscuro, apocalittico, disperato e poetico “Più che la clip del brano – continua Parker – è una specie di cortogmetraggio, a cui il pezzo funge da colonna sonora” In questo senso Innerspeaker, ribadisce la sua cinematicità, candidandosi a score ideale per pellicole impossibili.
