Migliori film 2025, la classifica di sentireascoltare
Migliori film 2025, la classifica di sentireascoltare

Migliori film 2025. La classifica di SENTIREASCOLTARE

Il 2025 appena trascorso si impone con naturalezza come uno degli anni più spettacolari per il cinema contemporaneo, non tanto per una singola tendenza dominante quanto per la sorprendente coerenza sotterranea che ha unito film profondamente diversi tra loro.

Opere come Una battaglia dopo l’altra, I peccatori, Un semplice incidente, Sirât, The Brutalist, Kontinental ’25 e L’agente segreto hanno dimostrato che il cinema politico non è affatto un genere esaurito o didascalico, ma uno spazio vivo, capace di reinventarsi attraverso forme narrative radicalmente personali. In questi film la politica non è mai un semplice tema, bensì una tensione costante che attraversa i personaggi, le architetture visive, i tempi del racconto, fino a diventare esperienza emotiva prima ancora che discorso ideologico.

Il filo conduttore che li lega è proprio questa capacità di tenere insieme l’urgenza del presente e una libertà stilistica assoluta. The Brutalist e Kontinental ’25 interrogano il potere e le sue strutture attraverso lo spazio, l’urbanistica, il peso della storia; Sirât e Una battaglia dopo l’altra trasformano il conflitto in un percorso quasi mistico, dove l’azione si mescola alla contemplazione; I peccatori e The Secret Agent giocano con i codici del thriller, del noir e del film di spionaggio per parlare di colpa, sorveglianza e responsabilità individuale; Un semplice incidente trova nella minima deviazione narrativa un’esplosione di senso politico. In tutti i casi, i generi non vengono mai citati in modo ironico o decorativo, ma attraversati e rifusi, mantenendo un equilibrio sorprendente tra tensione, spettacolo e riflessione.

Ciò che rende il 2025 un anno memorabile è proprio questa rinnovata fiducia nel cinema come forma di intrattenimento intelligente, capace di divertire senza semplificare e di essere politico senza perdere piacere, ritmo e immaginazione. Questi film dimostrano che l’autorialità non è in contrasto con il racconto, e che la complessità può convivere con il coinvolgimento emotivo. In un panorama spesso accusato di stanchezza o omologazione, l’anno appena trascorso ha invece mostrato una vitalità rara: opere diverse, coraggiose, profondamente personali, unite dalla convinzione che raccontare il mondo, oggi, significhi anche reinventare continuamente il modo di metterlo in scena.

Di seguito, vi presentiamo una selezione – rigorosamente in ordine sparso perché crediamo ciecamente che l’arte non debba entrare in competizione con se stessa – che quest’anno ha offerto o provato a offrire un punto vi vista unico, ispirato o suggestivo su diversi temi e riflessioni. Tutti i titoli sono usciti in Italia al cinema o in streaming, nel 2025. Inoltre, è presente anche una selezione più ridotta di titoli inediti usciti quest’anno all’estero e che da noi arriveranno nell’anno nuovo.

Film usciti in Italia nel 2025

I peccatori (un doppio Michael B. Jordan nel film di Ryan Coogler)

I peccatori – Ryan Coogler

Ci voleva il passaggio a vuoto del secondo capitolo di Black Panther per far tornare Ryan Coogler nuovamente ai livelli dei suoi esordi e a fargli girare quello che è indubbiamente il suo miglior film fino ad oggi. Con I peccatori, il regista parla ancora di black culture, ma stavolta lo fa con un piglio decisamente più divertito del solito e chiaramente più stratificato. In questa sua parabola sull’appropriazione culturale, sui vampiri, sul blues, sul sangue versato in secoli di schiavitù, Coogler dipinge l’altra faccia dell’America, fatta di superstizioni e affari sporchi, ma anche di musica, tantissima musica, vero ponte generazionale in grado di elevare chiunque dal suo status. Inoltre, si tratta anche di uno dei film visivamente più audaci visti quest’anno, con sequenze in IMAX da capogiro e che difficilmente dimenticheremo.

Una battaglia dopo l'altra, Leonardo DiCaprio nella scena dell'inseguimento
Una battaglia dopo l’altra, Leonardo DiCaprio nella scena dell’inseguimento

Una battaglia dopo l’altra – Paul Thomas Anderson

Con un ritmo sempre incalzante, che per tutti i 162 minuti di durata è sorretto e scandito da una partitura musicale tra le migliori nella collaborazione artistica tra il regista e Jonny Greenwood, Paul Thomas Anderson – contemporaneamente al Ryan Coogler de I peccatori – incastona un pezzettino di questo distorto e agitato presente per cristallizzarlo e renderlo eterno nel suo immaginario, lo stesso al cui interno si muovono e si disperano personaggi sempre pronti a raccogliere il testimone di una sfida che non si è ancora disposti a perdere: quella per la propria umanità.

The Brutalist

The Brutalist – Brady Corbet

Con The Brutalist, Brady Corbet penetra l’immagine in modo inconsueto: ogni scena si tramuta in un varco per un’altra dimensione, ogni crepa del reale apre all’imponderabile e al dolore insostenibile, ogni ruga del sensibile dischiude un mondo diegetico mai in eccesso rispetto al racconto, ma sempre abile nel colmare lacune di discorsi impossibili da sostenere, o di parole incapaci di fuoriuscire. È infatti un film fatto soprattutto di immagini: concepite non per rassicurare, o intrattenere, ma per colpire come un colpo d’occhio, nello stesso modo in cui gli edifici di stile brutalista svettano e stridono con l’armonia urbanistica circostante.

Un semplice incidente, una scena dal film

Un semplice incidente – Jafar Panahi

La prima cosa straordinaria che fa Un semplice incidente è partire da un presupposto perfetto per una spirale di cinismo e violenza — un male cronico destinato a divorare l’umanità — per poi ribaltarlo completamente. “In quella fossa – dice a un certo punto un personaggio al protagonista – seppellirai te stesso insieme a lui”. Una frase esemplare del meccanismo a cui il film cerca un antidoto. Un film così si realizza solo quando si nutrono amore e rispetto profondi per il proprio popolo, sentimenti che neanche le violenze subite riescono a scalfire. Tutti i personaggi sono scritti come parti del cuore del loro autore – con partecipazione, dolcezza e comprensione – ma senza alcuna forma di pietismo.

No Other Land, un’immagine dal film

No Other Land – Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal

Il primo dei due film con al centro la questione palestinese presenti in questa classifica è una testimonianza sofferta ma efficacissima dello stato della popolazione martoriata in Cisgiordania e una rischiosissima operazione che ha permesso agli autori di portare questo racconto urgente e immediato agli Oscar e vincere una sacrosanta statuetta. Un’operazione che potrebbe a tratti apparire come ricattatoria o didascalica, ma che invece sfrutta il potere delle immagini e, in senso lato, del cinema per parlare di sofferenza ma anche di dolcezza, così come dell’improbabile alleanza tra un attivista palestinese e un giornalista israeliano, uniti nella ricerca di un senso di giustizia che ricompensi anni di tragedie, piccole e innominabili.

Il cast di La voce di Hind Rajab in una scena del film

La voce di Hind Rajab – Kawthar ibn Haniyya

Ancora sulla Palestina (per merito della regista tunisina Kawthar ibn Haniyya) arriva un ritratto che si impone come un corpo estraneo e insieme necessario, un film che rinuncia a ogni mediazione per farsi atto urgente, testimonianza che brucia nel presente. Qui il cinema smette quasi di essere racconto per diventare ascolto, esposizione radicale al dolore e all’ingiustizia, costringendo lo spettatore a una posizione etica prima ancora che estetica. L’impatto del film risiede nella sua capacità di trasformare una singola voce in una ferita collettiva, di rendere insostenibile la distanza tra chi guarda e ciò che viene mostrato. In un anno in cui il cinema politico ha saputo reinventarsi attraverso la commistione dei generi e la libertà formale, La voce di Hind Rajab rappresenta il punto di massima urgenza: un’opera che non cerca equilibrio né consolazione, ma afferma con forza che, di fronte a certe immagini e a certe storie, il cinema non può che farsi necessità morale.

Kieran Culkin e Jesse Eisenberg in una scena di “A Real Pain”

A Real Pain – Jesse Eisenberg

Eisenberg, che qui raggiunge una coerenza stilistica e narrativa che il suo acerbo esordio mostrava solo in parte (Quando avrai finito di salvare il mondo) è abile nel bilanciare al meglio quello che in definitiva è un mix tra un Holocaust movie, un road movie e un dramma famigliare, in cui è facilmente rintracciabile lo spirito della New Hollywood, a metà strada tra una commedia di Woody Allen e lo studio sui personaggi rintracciabile nel lavoro di Hal Ashby e Richard Linklater. A Real Pain è un film in cui ciò che si vede sullo schermo ha la medesima importanza di ciò che non si vede, e proprio nell’evitare di ricorrere a flashback e ad altri escamotage narrativi simili, Eisenberg ripone una fiducia massima nella sua scrittura e nella capacità di lettura dello spettatore. Il dolore, anche il più straziante, è decisamente soggettivo e difficile, se non impossibile, da comunicare. Ed è anche anti-spettacolare, come il finale suggerisce con quella stessa ironia che pervade tutta la narrazione.

Le città di pianura, una scena dal film

Le città di pianura – Francesco Sossai

Dietro la patina da pellicola vagabonda, impreziosita da un’atmosfera che richiama il cinema di Kaurismäki, si nasconde una grande densità narrativa che tiene insieme motivi del cuore e nuclei più freddi. È un film sulla forza delle relazioni umane – l’amicizia in primis –, ma anche attraversato da metafore economiche e da riflessioni di matrice storica, generazionale, civica e sociale. Quello di Sossai è un titolo piccolo che nasconde diverse grandezze. Le “città di pianura” del titolo sono oasi che il progresso vorrebbe negare, ma che restituiscono il senso più intimo del paesaggio, così come gli incontri e le situazioni episodiche restituiscono quello della vita. Un macro-luogo dell’anima, attraversato da molteplici significati e suggestioni, dove le musiche di Krano giocano un ruolo decisivo: sonorità che raccontano il movimento attraverso coordinate spaziali disarticolate ma profondamente localizzate.

28 anni dopo

28 anni dopo – Danny Boyle

Forte di una sceneggiatura mai banale, ma attenta alle (poche) parole da utilizzare (e firmata ancora una volta da Alex Garland), Danny Boyle costruisce il suo sequel recidendo completamente quel cordone ombelicale che lo collega al suo precedente. I richiami sono lontani, echi leggeri di un passato che lascia correre il futuro di una piccola realtà capace di parlare nel suo forzato isolamento del nostro presente. Lo fa con inquadrature quasi mai perfettamente centrate e frontali, ma sempre oblique, inclinate, angolate; sono riprese dall’alto, o dal basso, istantanee di sopravvivenza umana tagliate da frontoni ed elementi architettonici chiamati ad alludere a un’umanità pronta a essere recisa da una morte vivente.

Un’immagine di Frankenstein.

Frankenstein – Guillermo del Toro

Batte il cuore; anche se rotto, anche se a pezzi, anche se chiuso, nascosto all’interno di un corpo mostruoso. Dopotutto, quello di Guillermo del Toro è un cinema che si nutre del paradosso del mostro: ciò che crediamo essere tale risulta essere il più fragile, la vittima degli eventi, il risultato finale di un esperimento nato da chi mostro lo è veramente, l’essere umano. Dopo Il labirinto del fauno, La forma dell’acqua e il più recente Pinocchio, la sua galleria di reietti e figure imperfette – e per questo pure, reali – non poteva che impreziosirsi di un’opera che di tale concetto si fa linfa vitale come il Frankenstein di Mary Shelley.

The Mastermind, Josh O’Connor nel film di Kelly Reichardt

The Mastermind – Kelly Reichardt

Nonostante si iscriva perfettamente nel genere heist movie, in The Mastermind Kelly Reichardt continua a fare ciò che le riesce meglio: osservare la materia opaca del quotidiano, quegli interstizi in cui la vita quotidiana perde la propria compattezza e lascia filtrare piccole verità. Mentre seguiamo JB nel tentativo di mettere insieme una banda improvvisata di criminali, attuare il colpo, nascondere la refurtiva (quattro dipinti di Arthur Dove) e infine darsi alla fuga quando tutto va inevitabilmente a rotoli, Reichardt sta in realtà dipingendo a sua volta un mosaico di situazioni che rendono sempre più evidente la sofferenza sottocutanea che trascina il protagonista in un vortice autodistruttivo. The Mastermind è una sofisticata rilettura della storia, un passato che crea un ponte immaginario con l’attualità più scottante attraverso un uomo sensibile ma patetico che vede la propria vita scivolargli addosso inesorabilmente. Proprio come questo intangibile presente.

Film ancora inediti in Italia

Sirât, una scena dal film

Sirât – Óliver Laxe

È un’opera che sfida le convenzioni del racconto tradizionale per costruire un’esperienza immersiva profondamente umana, politica e visivamente potente. Con un equilibrio raro tra racconto epico e introspezione poetica, Sirât non è solo un film da vedere, ma da vivere: un viaggio che attraversa paesaggi interiori ed esteriori, sospeso tra realtà e simbolo, dove il tempo del cinema diventa tempo di riflessione e partecipazione emotiva. Una visione potente che rimbomba nella mente e nel corpo anche a distanza di giorni dalla visione.

L’agente segreto, Wagner Moura in una scena

L’agente segreto – Kleber Mendonça Filho

L’agente segreto è un film teso, stratificato e profondamente necessario, che trova in Wagner Moura un interprete di rara intensità. Ambientato nel Brasile del 1977, nel cuore della dittatura militare, il film utilizza le coordinate del thriller politico e del cinema di spionaggio per raccontare qualcosa di più vasto e doloroso: la lacerazione morale di un intero Paese, sospeso tra paura, complicità e resistenza silenziosa. Il film di Kleber Mendonça Filho colpisce proprio per la sua capacità di fondere intrattenimento e memoria storica, tensione narrativa e riflessione politica. È un film che parla del Brasile, ma anche di tutti i Paesi che hanno conosciuto la sospensione della libertà e la normalizzazione dell’orrore.

Blue Moon, Margaret Qualley e Ethan Hawke in una scena

Blue Moon – Richard Linklater

Nell’anno in cui ha fatto ritorno con ben due pellicole, il regista della Before Trilogy si è concentrato principalmente sul concetto di creazione e ispirazione visto da due angolazione completamente differenti. La prima portando alla luce le mille peripezie della lavorazione di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard (parliamo di Nouvelle Vague, un’opera divertente e divertita, ma decisamente dedicata a un pubblico esclusivamente cinefilo), la seconda concentrandosi sulla conclusione della parabola di Lorenz Hart, prolifico paroliere che insieme a Richard Rodgers ha formato una delle coppie più ispirate del musical americano. Autore del leggendario brano che dà il titolo alla pellicola, Hart riflette sulla sua vita, sull’innamoramento e sulla capacità di creare dal nulla qualcosa in grado di durare nel tempo. Attraverso una narrazione scandita e precisissima, Linklater ci regala un film meraviglioso, malinconico, sorretto da uno statuario (paradossalmente, viste le dimensioni fisiche del personaggio) Ethan Hawke.

Sentimental Value, le due protagoniste in una scena

Sentimental Value – Joachim Trier

Sentimental Value è senza dubbio uno dei titoli più attesi e significativi della stagione cinematografica 2026 in Italia. Il nuovo film del regista norvegese Joachim Trier — già acclamato per La persona peggiore del mondo — è un’opera profonda, commovente e stratificata che mette al centro i legami familiari, la memoria e il potere della riconciliazione. È un titolo che merita di essere visto con attenzione, per la forza delle interpretazioni, la scrittura sensibile e l’equilibrio perfetto tra dramma e umorismo, capace di restare nel cuore e nella mente dello spettatore anche dopo l’uscita dalla sala.

Kontinental ’25, una scena dal film

Kontinental ’25 – Radu Jude

Una tragicommedia corrosiva e intellettualmente stimolante che conferma la voce irriverente e politica di uno dei cineasti più acuti del cinema contemporaneo. Ambientato nella Cluj-Napoca contemporanea, il film segue la figura di Orsolya, un’ufficiale giudiziario travolta da un profondo senso di colpa dopo che il senzatetto che aveva sfrattato si toglie la vita nel luogo che era il suo unico rifugio. Jude costruisce un’opera che è al contempo satira sociale e meditazione morale, affrontando con ironia amara e lucidità temi urgenti come la crisi abitativa, le disuguaglianze economiche, il nazionalismo e l’indifferenza collettiva. Il film è stato girato in appena 10 giorni con un iPhone.

Sound of Falling, una scena dal film

Sound of Falling – Mascha Schilinski

Sound of Falling è un’esperienza cinematografica intensa e memorabile, un’opera che trascende il semplice dramma generazionale per diventare un’impressione poetica sulla memoria, il trauma e l’eredità che attraversa il tempo. Diretto da Mascha Schilinski, il film segue le vicende di quattro ragazze — Alma, Erika, Angelika e Lenka — vissute in epoche diverse ma legate dalla stessa fattoria nel cuore della Germania settentrionale, dove i muri e i silenzi sembrano custodire segreti e cicatrici profonde. Il film non fornisce risposte semplici, ma invita lo spettatore a riflettere sul peso delle esperienze passate e su come il dolore, l’eredità familiare e le pulsioni represse possano riverberarsi attraverso generazioni.

Menzione anche per Hair, Paper, Water… e Memory of Princess Mumbi che ancora non dispongono di una distribuzione nel nostro paese. Il primo è un documentario su una lingua dimenticata, girato in pellicola e in modo completamente analogico, un esperimento riuscito e dotato di un cuore purissimo; il secondo utilizza le moderne tecnologie e soprattutto l’intelligenza artificiale per creare scenari fantascientifici per cui sarebbe servito un budget spropositato. Un modo intelligente di utilizzare l’IA ma sempre al servizio della storia.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare