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Quando si guardano film come quelli di Jafar Panahi, è sempre necessario prendere in considerazione due livelli di lettura: uno che riguardi come è stato fatto il film e l’altro che analizzi ciò che il film racconta. Quando si guardano film proprio di Jafar Panahi, però, questi due livelli sono così strettamente interconnessi da diventare l’uno il motore dell’altro. Qui sta la sua eccezionalità.

Un semplice incidente, premiato con la Palma d’oro alla 78ª edizione del Festival di Cannes – e dunque il titolo che ha permesso al cineasta iraniano di eguagliare il record di Antonioni, diventando l’unico regista vivente ad aver vinto tutti i principali premi delle grandi kermesse europee – è stato scritto e girato di nascosto per aggirare le censure del regime. Un modus operandi che è costato a Panahi due incarcerazioni (una delle quali in isolamento) e il divieto di girare altre pellicole o lasciare il Paese. Oltre a questo, Un semplice incidente ha la particolarità di porre, all’interno della sua trama, i quesiti essenziali per opporsi alle logiche del potere.

La famiglia del mostro.

L’innesco è semplice e ha una derivazione autobiografica: un ex detenuto si imbatte, per caso, nel suo carceriere e torturatore. Lo riconosce da una particolarissima caratteristica fisica e decide di seguirlo fino alla sua dimora, dove lo tramortisce, lo rapisce e lo porta nel deserto, deciso a seppellirlo vivo. Un gesto estremo per un uomo pacifico come lui.

Nel momento topico, però, all’uomo sovviene un dubbio atavico sull’identità della vittima: “Se mi sbagliassi?”, “Se non fosse lui, dopotutto?”, “Se fosse la mia rabbia a rendermi cieco?”. Una persona pacifica non può uccidere senza una motivazione inattaccabile: la coscienza è una materia delicata.

L’uomo comincia così a vagare per le strade, coinvolgendo coloro che hanno condiviso con lui la prigionia e lo stesso secondino, alla ricerca di una conferma che non arriva mai in modo certo. Il viaggio si trasforma allora in qualcos’altro: nella necessità di stare insieme, di riflettere collettivamente su come reagire alle logiche con cui il regime ha assediato la vita del Paese e, di conseguenza, quella di ognuno di loro.

Un punto interrogativo su quattro ruote.

La prima cosa straordinaria che fa Un semplice incidente è partire da un presupposto perfetto per una spirale di cinismo e violenza — un male cronico destinato a divorare l’umanità — per poi ribaltarlo completamente. “In quella fossa – dice a un certo punto un personaggio al protagonista – seppellirai te stesso insieme a lui”. Una frase esemplare del meccanismo a cui il film cerca un antidoto.

Il van su cui viaggia il duo di nemici diventa un punto interrogativo in movimento per le strade di Teheran, un luogo ideale che accoglie chiunque abbia avuto la sfortuna di incappare nel conflitto più profondo del Paese. Un atto di ribellione in sé, che affonda le radici nel confronto con l’altro e nella capacità di interrogarsi sulla propria identità e sul proprio posto nel mondo. Un gesto doloroso e coraggioso, perché presuppone l’accettazione che il trauma non sia personale, ma collettivo — e dunque superabile solo affidandosi al vicino.

Un film così si realizza solo quando si nutrono amore e rispetto profondi per il proprio popolo, sentimenti che neanche le violenze subite riescono a scalfire. Tutti i personaggi sono scritti come parti del cuore del loro autore – con partecipazione, dolcezza e comprensione – ma senza alcuna forma di pietismo. Altrimenti si cadrebbe nella parodia o nella mistificazione.

Una vita normale.

L’altra cosa straordinaria del film è la sua parte più operativa. Un semplice incidente è una pellicola clandestina, eppure non ha nulla da invidiare a nessun’altra in termini di potenza visiva, costruzione scenica, portata immaginativa e rilevanza emotiva. Uno spettatore non specializzato non si accorgerebbe neppure per un istante della sua natura galeotta e delle conseguenze che essa comporta.

Infine, è una tragedia raccontata secondo i canoni della commedia. Anzi: è una tragedia che può essere raccontata solo attraverso la commedia. Qui risiede la sua straordinaria forza, nel modo in cui conserva il dramma del suo innesco e lo rilancia nel finale, donandogli una carica climatica universale e irresistibile. Quella che nasce nel vedere come un’idea terribile e granitica possa sciogliersi davanti a un semplice incidente.

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