From The Land to the Moon. Intervista a Mattia Coletti

Un passato noise-rock; un presente da chitarrista in solo; in mezzo, una mai disattesa attenzione per il suono. Così, con un sunto veramente limitativo si potrebbe introdurre Mattia Coletti, uno dei più interessanti chitarristi italiani, oltre che produttore e fonico di primissimo ordine, dietro al bancone mixer a registrare e/o curare suoni live di band come OvO (di cui è una sorta di membro-ombra), Moon Duo – sua la registrazione dell’ultimo Live In Ravenna – o Bachi Da Pietra.

Due ottimi album noise-rock targati Sedia – l’omonimo del 2004 e The Even Times del 2006 – insieme ad Alessandro Calbucci e Alessio Compagnucci in un power-trio che avrebbe meritato altre attenzioni; il quotato progetto Polvere condiviso con l’altro chitarrista extra-ordinaire Xabier Iriondo che ha fruttato un mini-album e tre lavori lunghi quasi tutti omonimi e pubblicati in CD (l’omonimo esordio del 2006), 10” (anch’esso omonimo) e cassetta (l’ultimo nato Polvere’s Farewell su Old Bycicle); l’unicum Manta a nome Leg Leg, band condivisa coi conterranei Roberto Ceccacci (batteria, ex Lleroy) e Andrea Giommi (basso, Edible Woman) più una serie sterminata di collaborazioni come 61 Winter’s Hat (l’omonimo in 3” mini-CD condiviso con Fabio Magistrali ed inserito nella Wallace Mail Series), Damo Suzuki’s Network (Coletti è una delle due chitarre in Tutti I Colori Del Silenzio), End Of Summer (due Sedia + i due Uncode Duello, Paolo Cantù e l’immancabile Iriondo) o Christa Pfangen (il lavoro con Andrea Belfi edito da Die Schachtel nel 2006 che seguiva il cd-r Key On A Tongue intestato però ai due titolari) dicono di una irrefrenabile produzione sempre di altissimo livello e sviluppata tra post-rock chitarristico, avant-rock, noise-rock e quant’altro.

Per la dimensione in solo, esposta in album come Zeno, Zeno Submarine, Pantagruele e The Land, Coletti si concentra sulla sua chitarra elettrico-acustica tarata in modalità ritual bluesy/avant-folk e su pochissimo altro. Un pochissimo altro che spesso assume le forme di pulviscolo sonoro, disturbi elettrostatici, sporcizia digitale, andando ad impreziosire quella ricerca sulla sottile linea rossa che divide la sperimentazione dalla tradizione, la dissonanza dalla melodia, e che, col passare dei dischi, si va sempre più focalizzando sul suono e sui dettagli, spostando l’impianto originario verso lande “altre”. “Haiku sonori” abbiamo spesso definito quei bozzetti in cui il procedere chitarristico è sviluppato lungo l’asse della reiterazione e della ciclicità senza mai farsi accumulo fine a se stesso, ma prediligendo una essenzialità pura e sostanziosa. E sempre ad una sorta di legame col poetico minimalismo della succitata forma letteraria giapponese – Paese con cui Coletti ha instaurato un rapporto più che profondo – rimandano le atmosfere evocate dai suoi intarsi chitarristici: rigore, eleganza, osservanza. Quasi che vi fosse una sorta di laica spiritualità di fondo pronta ad emergere sotto le forme malinconicamente evocative delle struggenti pastorali acustiche del Nostro.

Nell’ultimo lavoro Moon, Coletti però compie uno scarto in avanti non indifferente, grazie all’introduzione dell’elettronica sotto forma di beat, pad ritmici o drones che vanno a spostare l’asse elegiaco delle musiche del Nostro verso qualcosa di più corposo e robusto. Non perdendo mai di vista quanto detto sopra – reiterazione di cifre chitarristiche che si avviluppano l’una sull’altra, malinconia immaginifica di fondo, predilezione per la pastorale visionaria, alternanza di corde acustiche e elettriche – ma donando al tutto quel pizzico di alterità che ci fa presupporre nuovi sviluppi futuri, Coletti fa pulsare di un battito nuovo le sue musiche atavicamente riconoscibili. Incuriositi da questo approdo lunare, abbiamo scambiato qualche parola con l’autore.

Partiamo dall’artwork, che credo sia esplicativo del tuo procedere musicale. Radici mutanti per alberi apparentemente simili, proprio come la tua musica, in apparenza in linea con la tradizione ma sempre pronta allo scarto in avanti…

Mi fa felice il fatto che mi si chieda della grafica. Per prima cosa, la grafica è stata disegnata da Anna Secchia, in arte Ludo, una ragazza bravissima e piena di talento. Come dicevi tu, una volta visto quel disegno ho subito pensato di usarlo come copertina perché rappresentava in pieno l’idea del disco. Essenziale, semplice all’apparenza, ma complesso nel dettaglio. Volevo dare alla vista la stessa idea di semplicità e apertura del suono. Come nei lavori precedenti, l’equilibrio tra vari opposti mi ha sempre attratto; se nei primi lavori era una ricerca di unione tra sperimentalismo e melodia, ora si colloca tra suoni acustici ed elettronici o fra dilatazioni e ritmo.

Mi incuriosisce questa ultima parte, in particolare il riferimento alla ricerca su dilatazioni e ritmo. Puoi spiegarmela meglio?

Su Moon ci sono tutti gli ingredienti base della musica che ho sviluppato nel tempo: le chitarre, i suoni ambientali e la ricerca del suono per semplificare. Negli anni, da una musica piuttosto astratta sono arrivato sempre più vicino alla forma composta, concreta, vicina al più classico termine di “canzone”. Ma solo su questo disco si trova anche il ritmo, un tocco di groove, di pulsazione presente, che affiancato a dilatazioni e rarefazioni sonore, dà al lavoro quello che cercavo, un omogeneità che avvicina ancora di più ad una idea di musica fluida, quasi pop… Credo che questo elemento renda il disco più facile e leggero.

Abbini l’attività da musicista con quella di fonico/produttore (Moon Duo, Bachi Da Pietro, OvO). Quanto incide l’una sull’altra?

E Guano Padano, così sono tutti dentro. Beh incide molto, nella maniera in cui il suono è sicuramente una parte strutturale della musica stessa che faccio; inoltre, la possibilità di viaggiare molto e con gruppi diversi mi dà stimoli ed input che influenzano e possono caratterizzare un futuro lavoro. L’unico aspetto negativo è riuscire a far convivere i lavori da fonico con le mie date live, ma questo fa ormai parte di una triste ma capace abilità organizzativa.

Mattia Coletti & menossi

I titoli dei tuoi lavori sono spesso, se non sempre, diretti ed evocativi di un intero immaginario. Dalla Terra stavolta sei andato sulla Luna. Cercavi ariostescamente un senno perduto?

La musica, come l’arte, è per me totale immaginazione. Mi piace cercare di portare la musica, e quindi un disco, verso un luogo “altro” dove ognuno è libero di trovare quello che sente, che prova. Il titolo è poi nato anche grazie all’unica parte di voce e di testo che c’è nel disco, voce di un musicista danese straordinario e un amico importante, Own Road, con il quale sarò in tour in Italia a inizio novembre. “Moon”, la luna, una dimensione lontana, un luogo a cui spesso lanciamo molti pensieri. Con il disco precedente volevo dare un’idea di approdo terreno, con Moon la Terra non c’è più.

Mi ha molto incuriosito l’utilizzo dei beat in alcuni momenti di Moon. Posso chiederti da dove proviene questa necessità?

Gli elementi elettronici sono infatti la parte nuova e caratterizzante del disco. Sono da tempo amante di musica elettronica, soprattutto di quella più informale e libera, e cercavo al tempo stesso in questo disco di andare verso una amalgama più fredda, meno acustica o comunque meno morbida. Inoltre, questi interventi hanno portato un altro aspetto che prima non c’era e che volevo inserire: il ritmo. Mi sono divertito molto a cimentarmi con un nuovo strumento del tutto differente, come approccio, rispetto a una chitarra o a uno strumento acustico, un po’ come si fa da piccoli con una tastiera colorata davanti, quando si premono tutti i tasti… La mancanza di controllo ha talvolta i suoi lati positivi! Per il momento sono solo piccoli interventi che però non mi dispiacerebbe sviluppare maggiormente in futuro.

Anni fa indagai il movimento rumoroso delle “Marche marce”. I tuoi lavori, invece, ne sembrano una versione pastorale, ma forse mi trae in inganno la tua provenienza…

Giusto, sono nato e vivo ad Ancona. “Pastorale” è un ottimo termine e mi piace molto; di certo, il noise è il genere che accomuna maggiormente i vari gruppi che avrai incontrato in questa regione. E’ una zona piccola, ma piena di tante energie, di persone che negli anni stanno portando avanti molti progetti interessanti, una realtà in piena crescita e con un interessante e produttivo ricambio generazionale. Ci sono sicuramente anche difetti, come ad esempio l’inesperienza che deriva dalla mancanza di scambi continui con contesti più grandi, ma le scene di piccole dimensioni stanno crescendo molto e sono talvolta più attuali di altre.

Una cosa che mi ha sempre colpito dei tuoi lavori è l’essenzialità, in termini di minutaggio ma anche come senso generale…

Sì, credo che il mio lavoro più lungo duri 40 minuti scarsi. É un mio limite e un mio gusto personale. Sono spesso maniacale nei dettagli e, per chiudere anche solo mezz’ora di musica, rischio di metterci molto tempo. Sono però convinto che un lavoro debba essere rifinito e coerente nella sua interezza, e spesso aggiungere minuti riempitivi rovina il lavoro intero, soprattutto su musiche che non vivono di ritornelli o strofe. Come in un concerto, tendo sempre a comprimere il tutto dando la massima intensità possibile, lasciando magari all’ascoltatore la voglia di averne di più, piuttosto che la consapevolezza di averne fin troppo.

Mattia Coletti

Mi collego a quest’ultima parte per chiederti come vedi questo periodo di overload di uscite, tu che sei molto parco nelle tue pubblicazioni in solo…

Siamo in un periodo storico dove se non sei presente in modo costante, finisci per essere dimenticato. Per questo, molti puntano sulla visibilità continua e giornaliera, producendo in quantità esuberante dischi, video, foto ecc… Basta vedere facebook per capire e rendersi conto di questo discorso. Non sono contro chi produce in questo modo così frenetico, anzi se poi riesce a farlo dando qualità, ha tutta la mia stima. Semplicemente non sono quel tipo di persona, mi piace darmi tempo, avere tempo e godermi il tempo che ho per fare ciò che mi piace.

Ho spesso utilizzato il termine “haiku sonori” per definire la tua musica. So che hai un rapporto privilegiato col Giappone, Paese in cui darai il via al tour di supporto a Moon. Come nasce questo legame?

Haiku sonori…..grazie, penso proprio che sia uno dei migliori accostamenti mai ricevuti. Sì, il tour di Moon, dopo una data vicino casa appena fatta, comincerà dal Giappone con nove date, dal 10 fino al 19 ottobre. Il legame è nato nel 2006, dal primo indimenticabile tour fatto là assieme a Xabier Iriondo (e con Mirko “Wallace” Spino), poi da altri 3 tour sempre in solo. Un Paese fantastico, totalmente distante da tutto e da tutti..molto vicino alla Luna, per citare il disco. In realtà il rapporto tra me e il Giappone è nato in maniera casuale e solo nel tempo, poi, ho avuto modo di conoscerlo e di apprezzarne a pieno i pregi. Sicuramente ha influito sul mio percorso compositivo questo gusto estetico lineare e trasparente.

Qual è la tua costellazione di riferimento, come chitarrista in solo? Mi immagino banalmente una linea che da Fahey arrivi a McGuire, ma se sono nel giusto ti direi di aggiungere qualche punto fermo…

Sì, loro ci sono sicuramente, poi potrei aggiungere Charley Patton, Nick Drake, Fred Frith e Arto Lindsay, ma da chitarrista in realtà sono stato sempre molto influenzato da non chitarristi come Susie Ibarra, Burt Bacharach, Jim Black e il Gagaku Giapponese, per dirne alcuni.

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