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C’è un apparente senso di casualità itinerante, di ispirazione fluttuante o di risultato incidentale in Le città di pianura, opera seconda di Francesco Sossai, presentata a Un Certain Regard a Cannes 2025. Un piccolo bildungsroman postmoderno in cui tutto sembra accadere in modo casuale, con la sola premessa di un viaggio che procede con l’orizzonte di bere “l’ultima”. Una prospettiva senza soluzione di continuità.

Ovviamente non è così: c’è ben poco di lasciato al caso. Dietro la patina da pellicola vagabonda, impreziosita da un’atmosfera che richiama il cinema di Kaurismäki, si nasconde una grande densità narrativa che tiene insieme motivi del cuore e nuclei più freddi. È un film sulla forza delle relazioni umane – l’amicizia in primis –, ma anche attraversato da metafore economiche e da riflessioni di matrice storica, generazionale, civica e sociale. Quello di Sossai è un titolo piccolo che nasconde diverse grandezze.

Il gatto e la volpe

La formula narrativa sembra prendere a modello Il Sorpasso, anche se stavolta troviamo un gatto e una volpe sconfitti dalla vita e dalla loro realtà, che vagano inseguendo una provvidenza capace di condurli solo verso un altro bicchiere. Nel loro pellegrinaggio alcolico discutono del segreto del mondo (quasi lo colgono) e inciampano in incontri e in altre vite nel tentativo di sbrogliare la propria matassa.

Sono Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), amici di lunga data, uniti da temperamento e prospettive. Ma l’uscita che il film racconta ha un senso diverso dalle altre: uno scopo preciso, quello di andare a prendere in aeroporto il terzo incomodo della loro relazione, Genio (Andrea Pennacchi), l’altro grande amico che, come nelle migliori parabole da figliol prodigo, torna in Veneto dopo tanti anni insieme ai proverbiali conti.

Nel tragitto, i due si imbattono nottetempo in un altro amico: Giulio (Filippo Scotti), un novello Roberto Mariani, studente napoletano a Venezia, tutto il contrario dei due briganti. Serio, studioso, incapace di lasciarsi andare – non beve neanche il caffè –, rimanda sempre il momento di mettersi in gioco. Carlobianchi e Doriano lo “rapiscono” con affetto e decidono di coinvolgerlo nel loro girovagare.

Città di pianura, affresco con tizio che impalla.

Da un non-luogo a metà tra le valli sterminate della frontiera statunitense e una terra segnata dalla nuova industrializzazione logistica post-2008, la Pianura Padana assume un’identità specifica grazie al passaggio della Jaguar dei protagonisti. Ritrova un senso profondo, radicato, e diventa un contenitore in cui affiorano angoli di un mondo nuovo e inesplorato: ville antiche, ristoranti, tombe, città.

Le “città di pianura” del titolo sono oasi che il progresso vorrebbe negare, ma che restituiscono il senso più intimo del paesaggio, così come gli incontri e le situazioni episodiche restituiscono quello della vita. Un macro-luogo dell’anima, attraversato da molteplici significati e suggestioni, dove le musiche di Krano giocano un ruolo decisivo: sonorità che raccontano il movimento attraverso coordinate spaziali disarticolate ma profondamente localizzate.

Il film è un road movie sospeso tra melanconia e gioia, mirato a qualche forma di epifania collettiva o di elaborazione di un lutto. Un viaggio comune verso uno scopo comune, dove i vissuti individuali si incrociano in una dimensione che si autoriproduce con la prospettiva di… continuare a bere. Una forma di meditazione ostinata e contraria allo scorrere del tempo, un rifugio in cui cercare la propria risposta, il proprio lieto fine.

Tombe giapponesi vicino Treviso.

Uno dei segreti della riuscita de Le città di pianura è un cast incredibilmente a fuoco. Sergio Romano guida con carisma, Filippo Scotti offre una prova misurata ma in costante evoluzione, e Pierpaolo Capovilla – frontman de  Il teatro degli orrori, One Dimensional Man e Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri – regala un debutto sorprendente. Da lui emerge una naturale capacità da caratterista, fuori dal comune.

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