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È una terra bellissima, quella di 28 anni dopo; una natura incontaminata, uno scenario bucolico, un paradiso terrestre abitato però da mostri. Non più la Londra spettrale di 28 giorni dopo, adesso sono i quadri di William Turner a prendere vita in un contesto di terrore; sono il verde dei campi, l’azzurro delle correnti, il marrone del terriccio fresco a sporcarsi di rosso sangue e nero morte. Gli anni passano, ma gli zombie continuano a correre più veloci che mai, come un memento eterno di un pericolo imminente che l’uomo deve rimembrare e a cui non potrà esimersi. Un po’ come il paradiso thailandese di The Beach, anche in 28 anni dopo la campagna inglese si presta a fornire il proprio scenario naturale per uno spettacolo di virus e terrore, frecce da scoccare e cuori che battono all’impazzata.
Forte di una sceneggiatura mai banale, ma attenta alle (poche) parole da utilizzare (e firmata ancora una volta da Alex Garland), Danny Boyle costruisce il suo sequel recidendo completamente quel cordone ombelicale che lo collega al suo precedente. I richiami sono lontani, echi leggeri di un passato che lascia correre il futuro di una piccola realtà capace di parlare nel suo forzato isolamento del nostro presente. Lo fa con inquadrature quasi mai perfettamente centrate e frontali, ma sempre oblique, inclinate, angolate; sono riprese dall’alto, o dal basso, istantanee di sopravvivenza umana tagliate da frontoni ed elementi architettonici chiamati ad alludere a un’umanità pronta a essere recisa da una morte vivente.
Il montaggio perde di linearità per farsi sincopato, interrotto da inserti esterni (magnifica l’alternanza con le sequenze tratte dall’Enrico V di Laurence Olivier) che come virus letali si muovono silenti nel subconscio dello spettatore per disorientarlo, distruggergli ogni certezza e confortante sospensione della realtà. Non vuole rassicurare, 28 anni dopo; vuole vivere dell’ansia del proprio pubblico: se ne nutre, fagocitando angoscia per trasformarla in perturbante confusione. Dopotutto, la pellicola corre sul sentiero del distopico per ritrovarsi nel terreno della contemporaneità; un’attualità vestita di metafora, dove l’isolamento auto-imposto dal microcosmo sociale di Jamie (Aaron Taylor-Johnson) e del figlio Spike si fa eco cinematografico di quella Gran Bretagna post-Brexit sempre più isolata. Nessuna terra santa; Holy Land è oramai un paradiso terrestre accerchiato dal fantasma della morte; un monito cinematografico che la terra di Albione accoglie e chissà se comprende.
È il mondo videoludico dei survival games che incontra e danza con i film surrealisti di Buñuel, 28 anni dopo. Se ogni uomo è un’isola, quello dell’opera di Danny Boyle è un arcipelago umano di chi si isola per sopravvivere tanto dalla terraferma, quanto dai suoi simili. Parlano ma non comunicano Jamie e gli altri. Si chiudono nella propria bolla di solitudine, isolandosi gli uni dagli altri, proprio come il microcosmo in cui vivono è stato separato dal resto del mondo da una strettissima lingua di terra. Una distanza che solo un incontro segnato dal bruciante fuoco della ragione con il dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes) può azzerare, e così le parole iniziano a fluire, le domande trovano le proprie risposte e ogni cosa trova il suo posto mentre “memento mori” si ripete come una nenia cullante ed epifanica.
Non è un caso se è proprio in questo atto finale il mondo di Spike si illumina; la fotografia si accende, il verde brilla più forte che mai, e anche il sonno eterno si avvolge in un alone abbacinante.
Certo, senza un comparto attoriale capace di donare tridimensionalità ai propri personaggi, il mondo di 28 anni dopo non avrebbe saputo distinguere i viventi dai non-viventi. Se Spike, Jamie, Kelson e Isla sono più vivi che mai, è grazie soprattutto ai propri interpreti: Jodie Comer è una tela bianca su cui dipingere ogni sfumatura emotiva della sua Isla; Aaron Taylor-Johnson nei panni del padre in procinto di iniziare il figlio alla freddezza della morte, dimostra finalmente una maturità attoriale già suggerita da film come Animali Notturni e Bullet Train; ma a rubare la scena è il giovane Alfie Williams, così fragile, sensibile, eppure coraggioso, nei panni di Spike. Ogni suo singolo sguardo è un vettore di un sentimento differente, sebbene estremamente riconoscibile e credibile. Non ha paura di trovarsi faccia a faccia con un primo piano, il giovane Williams, proprio come il suo personaggio non ha timore nell’affrontare gli zombie; cerca e non rifugge la cinepresa; la sfida, la colpisce, oltrepassando quello schermo intermediario che separa il suo mondo da quello dello spettatore. E così ecco che l’infezione dilaga; il virus colpisce anche il pubblico, che cade attonito dinnanzi a uno dei più interessanti sequel degli ultimi (28) anni (dopo).
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