Ital Tak
Ital Tak, foto per la stampa di Marcus Scott (2026)

Futuri abbandonati. Intervista a Ital Tek

Nel corso degli ultimi vent’anni, la musica elettronica britannica ha continuato a produrre figure difficili da collocare dentro una sola genealogia. Ital Tek, progetto del musicista inglese Alan Myson, appartiene precisamente a questa zona di confine: abbastanza vicino alla stagione post-dubstep da averne assorbito l’attenzione per il basso e la pressione fisica del suono; abbastanza distante da non esserne mai stato semplicemente un epigono. La sua traiettoria nasce infatti in un momento in cui dubstep, grime, breakbeat, IDM e bass music stavano ridisegnando il lessico dell’elettronica europea e statunitense, ma si sviluppa progressivamente in una direzione sempre più personale, cinematica, astratta, confluendo con tutta l’ondata hi-tech che prese le mosse dal 2011 in poi.

Fedelissimo di Planet Mu, etichetta che più di molte altre ha saputo registrare le mutazioni della musica elettronica inglese senza ridurle a formule di genere, Ital Tek ha attraversato fasi diverse mantenendo una coerenza sotterranea. Nei suoi primi lavori era ancora riconoscibile il rapporto con la cultura del club, con il cosiddetto hardcore continuum e con quella tradizione britannica capace di costruire forme nuove a partire dalla centralità del basso e dalla disarticolazione ritmica. Con il passare degli anni, però, la sua musica si è progressivamente spostata altrove, approdando a forme meno definite e spesso sorprendenti.

In questo percorso Hollowed, uscito nel 2016, rappresenta uno snodo essenziale. Non soltanto perché è uno dei suoi lavori più compiuti, ma perché segna il momento in cui il suo linguaggio sembra liberarsi definitivamente dalla necessità di appartenere a una scena. Da quel momento la sua musica diviene sempre più narrativa e vicina al sound design, cinematica, senza però essere tronfiamente didascalica.

Seguo la tua musica da molto tempo. Sei emerso da quell’incrocio tra dubstep e grime che permetteva di mettere in risalto suoni estremamente futuristici. A che punto pensi si trovi oggi la scena che è stata chiamata hardcore continuum — quell’approccio tipicamente britannico alla musica costruito intorno alle frequenze basse pesanti e alle ritmiche destrutturate?

È interessante: l’altro giorno ho letto qualcosa a proposito del fatto che negli anni Venti non ci sarebbe stato nessun grande movimento nella musica elettronica. A essere sincero, non sono nella posizione migliore per dire se ci sia qualcosa di vero in questo, perché probabilmente non sto prestando la dovuta attenzione al fatto, come facevo un tempo. C’è sicuramente qualcosa da dire su quel periodo che va dal 2005 in poi, anche solo a livello personale, perché avevo l’età giusta: era un momento davvero entusiasmante prima da fan e poi, effettivamente, per avere avuto una piccola parte in quel movimento.

Ho avuto la fortuna di viaggiare in tutto il mondo suonando la mia musica ed è stato davvero incredibile vedere l’impatto che la scena elettronica britannica stava avendo a livello globale — e che ha avuto per decenni. Non posso dire di essere stato in alcun senso un iniziatore all’interno di quella scena, e probabilmente opero più ai suoi margini, ma penso che la Gran Bretagna abbia un ruolo creativo in qualche modo unico, e che riesca sicuramente a ottenere risultati molto superiori al proprio peso, cosa di cui essere orgogliosi.

Dopo tanti anni di carriera, hai ancora la sensazione di appartenere a una scena particolare, oppure lavori ormai in una dimensione completamente personale?

Direi che oggi mi sembra una ricerca piuttosto personale, senza un grande legame con una scena particolare. Mi sono trasferito in campagna, quindi anche fisicamente qui sono più isolato. Direi che ci sono aspetti positivi in questo, ma ho anche bei ricordi degli anni vissuti nella città di Brighton, dove sono stato molto coinvolto nella scena musicale locale. È così che tutto è iniziato per me, con i concerti e con l’avvicinamento a Planet Mu.

Credo che la tua carriera abbia raggiunto un punto di svolta con Hollowed, che considero uno dei più grandi album elettronici degli ultimi decenni. Anche tu lo vedi in questo modo? Se sì, potresti raccontarmi qualcosa sulla realizzazione di quel disco?

Grazie per le belle parole, lo apprezzo molto. Sì, tengo moltissimo a quell’album. Ripensando a quel periodo, che ormai risale a dieci anni fa, credo che nella mia testa sia scattato qualcosa in modo netto. Penso di aver iniziato a preoccuparmi meno di ciò che accadeva intorno a me, e questo a sua volta mi ha fatto preoccupare di più di fare la musica che volevo davvero fare. Fu la prima volta in cui iniziai ad affittare un vero spazio studio fuori da casa mia; anche se era molto piccolo e piuttosto malandato, amavo stare lì e fu un periodo davvero creativo.

Credo che stessi prendendo le cose un po’ più seriamente, ma allo stesso tempo tutto sembrava liberatorio, e molto istintivo come modo di lavorare. Col senno di poi, penso di poter dire che, per un paio d’anni mentre lavoravo a quel disco, ero decisamente nel flusso di qualcosa, e per la prima volta nella mia carriera mi presi il mio tempo senza affrettare le cose.

La tua musica è fortemente cinematica e narrativa. Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

Fare musica per me è sempre qualcosa di molto visivo, anche se non ci penso consapevolmente: nella mia testa c’è il senso di un paesaggio o di un ambiente. Immagino decisamente la musica in senso fisico: basata sulle forme, oppure sul colore e sulla texture. Il mio modo di lavorare è molto esplorativo e piuttosto divagante. Passo sempre da molti progetti a idee diverse, seguendo una scia di ispirazione che nasce dal suono venuto prima. Quando lavoro a un album cerco in realtà di non ascoltare molta musica; non sempre ci riesco, ma provo a entrare nella mia bolla e vedere dove mi porta.

La fantascienza è spesso associata alla tua musica, ma, almeno alle mie orecchie, raramente prende la forma di una visione ottimistica del progresso tecnologico. Come vedi il futuro?

Ricordo che molti anni fa mi appassionai molto alla lettura di un sito chiamato Future Timeline, che faceva previsioni sul futuro basate sulle tendenze scientifiche attuali, dal futuro prossimo fino ad arrivare ai territori della fantascienza, centinaia e migliaia di anni da ora. Era incredibile. Però credo di essere in realtà ottimista sul futuro a lungo termine, ma data la natura umana, che impiega un po’ di tempo a imparare dai propri errori, ci saranno inevitabilmente momenti davvero difficili. La stragrande maggioranza delle persone è intrinsecamente buona, e questo deve essere la forza trainante del modo in cui il futuro prenderà forma.

Molta musica elettronica negli anni Duemila sembrava essere guidata dalla costante ricerca della novità. Oggi, invece, il dibattito sembra ruotare più intorno alla memoria e all’archivio. Hai la sensazione che la musica elettronica sia un po’ entrata in sorta di sua fase storica?

È una domanda davvero interessante, ed è qualcosa su cui sto riflettendo di recente, perché sto sicuramente cercando di trovare un equilibrio tra il mio amore per tutta la musica e le influenze del mio passato e il mantenere una mentalità aperta per esplorare ciò che è nuovo e innovativo. È sicuramente importante non diventare troppo nostalgici o concentrati sull’eredità del passato, ma sembra anche una progressione naturale per le persone. Trovo che valga la pena esserne consapevoli. Di solito, l’ultima cosa che una persona vuole fare è restare bloccato nelle proprie abitudini, però è anche bello costruire questo deposito di competenze e modi di lavorare che producono risultati, quindi è un equilibrio importante da mantenere.

Una cosa che ho notato è che il virtuosismo nella musica elettronica sembra aver raggiunto il picco in quel periodo degli anni Duemila. Gli artisti stavano spingendo tutto al limite assoluto, creativamente e soprattutto tecnologicamente. Forse oggi è più difficile spingere la tecnologia al limite, dato che tutto è diventato così potente? Mi chiedo se con l’ascesa della musica generata dall’AI e cose simili vedremo forse un ritorno a qualcosa del genere…

Infatti, tanto per restare nel tema tecnologia, ho visto un video in cui usavi un Korg MS-20. Potresti raccontarmi della tua fascinazione per i sintetizzatori?

Sì, amo quel synth, l’ho usato moltissimo praticamente su tutto a partire dal mio album Hollowed. E nel corso degli anni ho accumulato molti altri synth con cui amo smanettare, ma non so se ho davvero il cervello o la capacità di concentrazione per andarci a fondo sul serio; inoltre non sono un grande tastierista, quindi li tratto davvero come qualsiasi altra sorgente sonora. Ho un rapporto piuttosto immediato con la tecnologia. Passo molto tempo a lavorare sui dettagli della mia musica e sul sound design, ma in un certo senso è come se con la tecnologia volessi ottenere qualcosa molto rapidamente e poi semplicemente impegnarmi su quello.

Quando ho iniziato a fare musica c’erano pochissime informazioni su ciò che facevano gli altri artisti o sull’attrezzatura che avevano. Prima di YouTube, e quando internet era una cosa molto diversa, tutto funzionava diversamente. Quindi molto dell’equipaggiamento di un artista restava misterioso, e nella mia testa aveva qualcosa di magico. Vedevo foto nelle interviste o nei booklet dei CD di Trent Reznor o Aphex Twin con queste macchine, e non avevo la minima idea di cosa fossero, ma sognavo di avere uno studio in cui smanettare.

Credo tu sia rimasto profondamente legato a un modo di fare musica che sarebbe impossibile senza DAW e software, anche se integri nel tuo setup strumenti analogici e digitali. Potresti parlare dei punti di forza e dei limiti di questi due approcci?

Mi piacerebbe pensare che, se domani perdessi l’accesso a un computer, riuscirei comunque ad arrangiarmi e a essere il più creativo possibile. La realtà, però, è che il computer — e nel mio caso Ableton Live — è il cervello di tutto, anche se registro molti sample miei, oppure pad di chitarra, sound design con i synth, strumenti acustici e così via.

Passo sicuramente molto tempo seduto al computer a lavorare, ma so che il tempo che passo a registrare e sperimentare con strumenti che non so suonare molto bene mantiene le cose stimolanti e continua a ispirarmi. Molto raramente, se non mai, mi annoio lavorando sulla musica, quindi per me è l’equilibrio tra la fisicità molto umana del suonare e registrare e la fase più intricata e dispendiosa in termini di tempo della programmazione o del mix a far sì che tutto venga insieme.

Mi sembra evidente che il mondo — incluso, e forse soprattutto, il mondo della musica — sia cambiato drasticamente negli ultimi anni, e non in meglio. Perché pensi sia successo? È stato il Covid? I social? Cosa credi sia cambiato?

Per me è strano, perché ho avuto il mio primo figlio proprio quando sono arrivati lockdown e Covid, quindi in un certo senso stavo comunque entrando in quello strano periodo di “lockdown” da neo-genitore, e oltre a questo ho sempre passato una quantità enorme del mio tempo in modo piuttosto isolato, facendo musica. Però sì, sono d’accordo: sembra davvero che a livello globale sia avvenuto un grande cambiamento, probabilmente dal 2016 circa, almeno per me. È difficile capire esattamente di cosa si tratti, e probabilmente sto anche sovrapponendo la mia situazione personale a una più generale! Forse il mondo sta cambiando a una velocità esponenziale e quindi troviamo sempre più difficile e travolgente stare al passo? Magari sto solo invecchiando, ahah!

Ahahaha! A questo punto dimmi cosa pensi dell’intelligenza artificiale? Ti preoccupa o ti stimola?

Forse sono ingenuo, ma a essere davvero sincero non è qualcosa a cui dedichi un’enorme quantità di pensiero. Sicuramente sarei preoccupato dalla prospettiva che possa sostituire opportunità di lavoro per i creativi e creare una corsa al ribasso nelle industrie artistiche, e questa è una cosa che deve essere esaminata con grande attenzione, e tutelata. Per quanto riguarda il mio approccio creativo, al momento non mi interessa moltissimo.

Non sei quindi tra quelli che pensano che l’intelligenza artificiale possa effettivamente giovare alla musica elettronica, magari creando nuovi immaginari? Dopotutto, come dicevi anche tu prima, la musica elettronica si è spesso evoluta di pari passo con gli sviluppi tecnologici.

Sono sicuro che senza dubbio arriveranno strumenti davvero interessanti e innovativi, capaci di produrre movimenti, idee, scene entusiasmanti e così via, come è sempre accaduto con le tecnologie emergenti nell’arte. Forse, una volta che tutta questa folle esaltazione si sarà un po’ spenta, ciò che resterà sarà davvero la parte buona. Per quanto riguarda invece l’aspetto più riduttivo del “scrivi un prompt per creare un brano musicale”, personalmente non ne vedo proprio il senso. Chi si diverte a farlo? Per chi è? È come dire: voglio solo mangiare una pillola che contenga tutto il mio fabbisogno nutrizionale, invece di cucinare o godermi un pasto straordinario. Mi sembra un tentativo di rendere l’arte il più funzionale possibile, e lo trovo piuttosto deprimente.

Potresti parlarmi del tuo ultimo lavoro, Mind Abandon? Mi sembra che tu sia sempre più interessato alla ricerca del suono puro.

Realizzare questo album è stato un lungo processo durato circa tre anni. Tendo a lavorare sulla mia musica a scatti: ci sono periodi in cui sono davvero produttivo e tiro fuori tantissime idee, poi le lascio da parte per qualche mese mentre faccio qualcos’altro. Quando ci torno sopra, spesso mi trovo in uno spazio mentale completamente diverso e posso affrontare le cose in maniera differente, oppure reagire a ciò che avevo fatto in precedenza e portarlo in una nuova direzione. È un po’ come campionare. Di solito ho molte versioni di un’idea simile, che lavoro e rilavoro finché non si comincia a formare un brano completo.

Con questo album ho deciso che sarebbe potuto essere interessante registrare molti esperimenti vocali e di chitarra nelle prime fasi del processo e trasformarli nei suoni di basso, nei pad, nei lead e così via fino a quando sarebbero poi finiti per diventare un album vero e proprio. Quindi era una banca di suoni che potevo consultare quando volevo, cosa che trovo sia un buon modo per tenere lontano il blocco dello scrittore.

Perché il titolo Mind Abandon?

Invecchiando, ho sicuramente notato una maggiore attenzione di cui io ho bisogno per tenere la testa sotto controllo. Anche solo per sentirmi in equilibrio. Le pressioni del tempo, cercare di essere creativo mentre faccio il genitore e mi occupo delle responsabilità della vita. Sembra che la musica sia il luogo in cui posso andare per sentirmi davvero dentro la mia testa, ma allo stesso tempo questo può aumentare la tensione sul processo creativo. Il titolo mi è semplicemente sembrato adatto a racchiudere lo spazio mentale in cui mi trovavo durante la scrittura di questo album. Evasione mescolata a una consapevolezza concentrata del fatto che bisogna prendersi cura della propria testa…

So che ne hai già parlato in passato, ma potresti raccontarmi, una volta per tutte, la storia dietro il nome Ital Tek e che tipo di rapporto hai con l’Italia?

Ah! Il motivo dietro il nome in realtà è abbastanza casuale, senza un grande legame con qualcosa in particolare. Credo sia nato perché mi era stato proposto di suonare in un piccolo concerto nella mia città, proprio quando avevo appena iniziato a fare musica elettronica da adolescente, e avevano bisogno di un nome per il flyer. Così me lo sono inventato sul momento, perché immagino suonasse in qualche modo “sci-fi”?! Non ricordo davvero, ma probabilmente è più come l’“Ital” dentro “Digital”. E poi mi piacevano artisti come Photek, probabilmente mi sono lasciato ispirare da loro…

Quindi in realtà non è un riferimento all’Italia, però sono molto affezionato al vostro paese. Ho suonato tantissimi concerti in Italia e ho sempre amato venirci. È sempre bello quando viaggi per lavoro, ma sembra una vacanza: ottimo cibo e belle persone.

Leggendo le note del disco su Bandcamp, ho notato che viene citato Ennio Morricone. Non mi dire che sei un appassionato di library music italiana…

Ho sempre amato le colonne sonore di Ennio Morricone. Quando ero all’università, uno dei miei amici metteva spesso Ennio Morricone quando stavamo tutti in giro alle tre del mattino o cose del genere. È curioso vedere cosa finisce per filtrare nel proprio lavoro. Non è un’influenza consapevole: quel riferimento era un’interpretazione dell’etichetta del disco, ma forse è penetrato comunque da qualche parte!

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