Recensioni

Quello che ha sempre distinto il cinema di Kelly Reichardt è una capacità sbalorditivamente naturale di prendere una storia semplice e stratificarla così tanto che a ogni visione sembra quasi di assistere a un film diverso, più ricco, più intenso, più angolato. Un paradigma che la nostra ha applicato anche al suo ultimo The Mastermind, uscito nelle sale con MUBI, che la vede per la prima volta cimentarsi con un genere che più maschile non si potrebbe, il cinema di rapina, ed eviscerarlo da ogni tipo di mascolinità tossica per ricodificarlo secondo la sua personalissima visione poetica.
Infatti, nonostante si iscriva perfettamente nel genere sopracitato, in The Mastermind Reichardt continua a fare ciò che le riesce meglio: osservare la materia opaca del quotidiano, quegli interstizi in cui la vita quotidiana perde la propria compattezza e lascia filtrare piccole verità. Protagonista della vicenda è James Blaine Mooney – un Josh O’Connor sempre più a suo agio nel ruolo di un giovane di belle speranze sempre più sofferente alle costrizioni di una famiglia alto-borghese (sfumature già affrontate in The Crown, La chimera e Challengers) – la cui unica preoccupazione sembra essere quella dell’attuazione di un colpo “da dilettanti” per dare una scossa a una vita che non ha per nulla voglia di indirizzare verso canali già stabiliti e che lo vedrebbero responsabile padre di famiglia e con un solido lavoro che reiteri quella stabilità economica ed emotiva di cui i suoi genitori sono fieri portatori.
Mentre seguiamo JB nel tentativo di mettere insieme una banda improvvisata di criminali, attuare il colpo, nascondere la refurtiva (quattro dipinti di Arthur Dove) e infine darsi alla fuga quando tutto va inevitabilmente a rotoli, Reichardt sta in realtà dipingendo a sua volta un mosaico di situazioni che rendono sempre più evidente la sofferenza sottocutanea che trascina il protagonista in un vortice autodistruttivo. Il suo, specialmente nel contesto di un’America atrofizzata da un’apparente ma illusoria stabilità mentre tutto attorno brucia (le vicende di JB sono continuamente puntellate dal fervore della protesta contro la Guerra in Vietnam da parte delle giovani generazioni), è un grido disperato, l’unico possibile per un trentenne di belle speranze e con una famiglia ricca alle spalle.
Quello di JB è il tentativo disperato di prendere in mano il proprio destino che è stato come guidato da un invisibile pilota automatico (la famiglia), ma nel farlo dimostra tutta la sua inettitudine. Non siamo di fronte alla spietatezza mascolina dei polar di Jean-Pierre Melville, dove il protagonista guidava la sua autodistruzione fino alla risoluzione finale, e nemmeno all’arguzia giocosamente vendicativa di Danny Ocean nella saga di Steven Soderbergh; il protagonista della storia firmata da Reichardt non ha mai il controllo sulla sua vita, figuriamoci sugli eventi che la circondano. Per questo motivo, complice anche un finale beffardo (l’unico possibile), The Mastermind è una sofisticata rilettura della storia, un passato che crea un ponte immaginario con l’attualità più scottante attraverso un uomo sensibile ma patetico che vede la propria vita scivolargli addosso inesorabilmente. Proprio come questo intangibile presente.
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