Putting the right gear
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Edoardo Bridda
- 24 Ottobre 2011
Ora che il consenso attorno a Father, Son, Holy Ghost si sta facendo unanime, i Girls possono serenamente arrivare al pubblico con quel misto di reali capacità e hype che da sempre li caratterizza.
Grazie ai giornali e alle webzine che non hanno parlato d’altro in questi mesi, conosciamo ogni particolare del passato dell’icona della band Christopher Owens: dalla sua dipendenza dalle droghe alla setta in cui è cresciuto, dal rapporto problematico con la madre alle stamberie che ne hanno caratterizzato l’adolescenza. Al contrario, sappiamo pochissimo del mondo sonico che abita i testi autobiografici del songwriter. Così abbiamo deciso di raccontarvelo attraverso le parole di Chet “Jr” White, produttore, arrangiatore e in pratica deus ex machina del progetto da quasi dieci anni. Nessuno avrebbe mai sentito parlare dei Girls senza la direzione di questo torvo californiano. Sua la produzione dei dischi pubblicati finora, gli smalti 70s dell’ultimo episodio e, in generale, quella caratteristica cifra slabbrata e androgina capace surfare tra le epoche e gli stili.
Non vedevamo l’ora di farci raccontare aneddoti sulle tecniche di registrazione e sulla peculiare genesi di alcune delle più emblematiche canzoni dell’album. E così alle 22.30 circa di una sera di settembre lo abbiamo sentito al telefono mentre era a New York alle prese con una session in una vecchia chiesa Polacca. Attacchiamo con qualche convenevole e veniamo sbatocchiati di chiacchiere, shit talk conditi da ogni sorta di informazioni e fascinazioni, con un Chet appassionato che non smetterà di parlare per i quaranta minuti successivi.
I Girls, sono un duo allargato a band non così in erba come la gente crede. Chet e Chris hanno entrambi superato i trent’anni ma rimangono due ragazzini esaltati per la musica. Chris è il post-hippy, il junkie redento dalla musica che trae tuttora ispirazione dall’esperienza passata dentro e fuori una comune di fanatici. Chet è il classico punk-rocker della Bay Area, un autodidatta con la fissa per i suoni “da garage”. Uno di quelli che il sogno che lo accompagnava fin dall’adolescenza l’ha realizzato sul serio.
Che formazione ha registrato il disco e quanti siete sul palco durante questo tour?
Su disco abbiamo inciso per la prima volta come quintetto. Io ho suonato basso, parti di chitarra e qualche percussione. Chris la chitarra classica e ritmica, armonica, mellotron e voce. John Anderson chitarra e cori, Dan Eisenberg l’organo, il piano classico e elettrico, Darren Weiss la batteria. Dal vivo siamo sempre in cinque ma senza John, al suo posto c’è il fratello di Darren, Matt. Poi ci portiamo dietro tre donne che hanno cantato anche nel disco. Sono coriste gospel professioniste davvero brave e, visto quanto costano, le abbiamo con noi soltanto negli show più importanti.
Mi sbaglio o trasporre dal vivo Father, Son, Holy Ghost può essere una faccenda complicata?
In realtà no. E’ una produzione piuttosto semplice nata da demo che si sono arricchiti attraverso varie session e grazie allo scambio su internet. L’elemento più impegnativo è stato l’assunzione delle cantanti, anche se la semplicità rimane comunque una caratteristica fondante del nostro suono. Quello dei Girls è un suono corposo e ricco, ma con una struttura semplice. Cerchiamo di usare il meno possibile per ottenere il massimo. Per dire, invece di sparare tante chitarre una sopra l’altra puoi creare un suono in grande con una sola chitarra. E’ questa la nostra filosofia.
Hai prodotto tutto tu con i Girls o vi siete fatti aiutare da qualcuno?
Sì ho prodotto tutto. Nel primo ho fatto la direzione, la produzione e gli arrangiamenti. In pratica, per quanto riguarda la musica, Chris scrive gli accordi di base mentre io li arrangio e limo, dirigo il batterista, decido quali amplificatori usare ecc. Sono cresciuto registrando nel mio garage. Ed è da quando avevo 15 anni che lo faccio.
…dunque sei stato tu ad aggiungere tutti questi smalti Seventies nel disco? Mi riferisco ai Pink Floyd, all’hard rock e a tutto ciò che di differente si respira rispetto al vostro esordio. Da chi sono venute queste idee?
Non avevamo un’idea unica quando abbiamo iniziato le session. Non abbiamo mai avuto un’unica idea e non pianifichiamo gli album secondo secondo linee prestabilite tipo ora facciamo un disco anni ‘50 o ‘60. Avendo una personalità forte, la nostra band mescola generi e stili continuamente. La gente s’aspetta di scoprire cose differenti ogni volta da noi. Nuovi stili e trend. In effetti, in quest’ultimo album abbiamo usato strategie d’incisione tipiche dei ‘70. Abbiamo passato un centinaio d’ore spostando microfoni e cercando di far suonare la batteria davvero in grande. La batteria è fondamentale e siamo stati veramente fortunati ad avere una batterista fantastico come Darren. Quando gli suggerivamo un suono o uno stile, lui era veramente ricettivo. Poi sempre riguardo all’incisione: preferisco usare microfoni e altri trick per ottenere un particolare riverbero. Hai presente i dischi di una volta dove suonavano tutti attorno a un microfono? Esattamente quel tipo di suono e riverbero…
Dove avete registrato l’album questa volta e perchè?
Abbiamo registrato in un enorme semiterrato di cemento che appartiene ad un tipo (che poi si scoprirà essere il produttore aggiunto Doug Boehm…) che raccoglie ogni sorta d’apparecchiature d’incisione (in gergo suo “gear”). Compra gear come un drogato compra le sostanze. Ha così tanta roba: 5 mixing board, 5 plate reverb, vecchie Calrec mixing console con grandi bottoni colorati. E’ stato veramente bello registrare in una location come quella, mi ha fatto ricordare un vecchio studio, sempre in un semiterrato, dove incidevo tanto tempo fa. Per Father, Son, Holy Ghost non volevo una stanza con un suono piatto e regolare. Volevo uno spazio che avesse una grande influenza sul sound del disco. Il modo in cui un disco funziona dipende dal modo in cui ci lavori tu ma anche dal posto in cui è registrato. Puoi usare tutti i microfoni del mondo ma ci sono cose totalmente imprevedibili. Pensa ad incidere in quel seminterrato di cemento con soffitti alti quindici piedi! C’era tantissimo eco. E anche se cercavi un suono davvero pulito e in grande, quello spazio ci metteva le sue impronte aggiungendo stranezza e suoni acidi.
L’aspetto produttivo del disco è davvero interessante: ma davvero avete fatto tutto da soli in quello stanzone?
Abbiamo chiesto a un ingegnere di lavorare con noi. Si chiama Doug Boehm ed è anche il proprietario del semiterrato. Ha lavorato con French Kicks, Dr. Dog, The Vines ecc. poi abbiamo chiesto aiuto anche a Drew Zajicek e Camren Lister. Volevamo gente che avesse fatto grandi dischi per le radio, persone che passano mesi su un disco per ottenere il risultato più importante possibile, gente con un metodo di lavoro che lavorasse con una band come la nostra che ne ha uno suo di metodo anche se piuttosto stravagante e a volte sfilacciato.
Dischi per le radio e semiterrati sono forse due modi piuttosto diversi di intendere la produzione o sbaglio?
Figurati! Appena sono entrato nel semiterrato ho esclamato “holy shit, what am I gonna do with this place?!”. Ero sicuro che unendo tutti questi aspetti avremmo tirato fuori qualcosa di pazzesco. Tu pensa che Doug ha una collezione di amplificatori talmente grande che potrebbe riempire, letteralmente, una stanza con misure 20 x 20 dal pavimento al soffitto. Ci veniva da ridere pensando a quanta roba avesse. Di come aveva finito per costruire delle stanzette dentro lo stanzone: cabine dedicate solo ai Marshall per dirti.
Il disco non ha quel suono super in grande che avrebbe potuto avere. La cosa più importante è che però possegga quell’elemento straniante e intenso.
John Anderson è ancora dei vostri? Che contributo e esperienza chitarristica ha dato alla band?
John Anderson non è più ufficialmente nella band ma voleva aiutarci. È veramente un bravo chitarrista ma non vuole far parte della touring band. John ed io lavoriamo insieme più che bene. Posso sedermi con lui con un po d’idee, gli dico cosa penso, cosa sento e lui prende e trasforma tutto in qualcosa di davvero figo. Quando abbiamo inciso il riff di Mirage abbiamo utilizzato dieci diversi amplificatori e poi abbiamo editato al PC. E l’idea era di John come sua è l’influenza pop anni ‘60 à la Everly Brothers di Saying I love You.
Tornando alle domande più generiche: da quanti anni vi conoscete, tu e Chris? Dove vi siete incontrati?
Più o meno da nove anni. Ero a San Francisco da un anno e stavo producendo alcune band in uno studio che era anche casa mia. Non avevo soldi e non ero in nessun giro importante. Un giorno ero a un concerto dove c’era anche un’amica, Lizer. Parlavo con lei altre tre amiche sue. Una abitava con i suoi in una casa bellissima che guardava il Golden Gate Bridge. Così dopo il concerto siamo andati tutti a casa sua e ci siamo rimasti per quattro giorni. Erano tutte e tre molto belle e intelligenti e così, all’improvviso, da che non avevo amici a Frisco, mi sono trovato con queste nuove amiche. Circa un anno e mezzo dopo hanno fatto lo stesso con Chris. Hanno fatto amicizia con lui e me l’hanno presentato. Ecco come è nato il nome della band, grazie a questo gruppo di “Girls”.
Come avete iniziato a produrre musica assieme? So che Ariel Pink è stato una forte influenza per Chris all’inzio…
Chris voleva registrare musica in proprio. Aveva alcune canzoni e voleva compare un quattro piste per registrarsele in proprio. Ariel Pink è stato un’inspirazione per lui ma a quel tempo voleva fare una cosa sua. Il perfetto timing. Io avevo un guardaroba pieno di roba per incidere che non utilizzavo e che mi ricordava quello che volevo fare davvero. Chris mi ha chiesto consigli su cosa comprare e come produrre musica e un secondo dopo stavamo lavorando assieme. Dopo una settimana abbiamo trovato un real-to-real sul internet a soli cinquecento dollari. Dopo un paio di giorni registravamo e andavamo d’accordo così bene che ho detto “bene, ora sono nella band” e lui ha risposto “fantastico, cosa vuoi suonare?” Tutto è iniziato così.
Quali canzoni vi hanno maggiormente messo alla prova?
Forgiveness ha richiesto il tempo maggiore. John non riusciva a trovare un assolo che lo convincesse. Ma a parte quel pezzo, solitamente lavoriamo in modo molto fluido. Le nostre canzoni finiscono sempre come le immaginavamo. E’ una questione d’esperienza ma soprattutto di consapevolezza, capire cosa distingue la tua band dalle altre, cosa la rende speciale. Quando produci canzoni devi prima capire questo e nei Girls c’è sicuramente quel qualcosa di speciale che li distingue da tutto il resto.
Ho letto da qualche parte che Chris ha moltissime canzoni inedite. È vero? State già pensando a un terzo album?
Sì, abbiamo parecchie inedite scritte che Chris ha scritto nella vasca di bagno o per conto suo. Ogni tanto le suoniamo da vivo e la gente ci chiede quando le pubblichiamo. Non lo sappiamo ancora ma qualcuna per il prossimo album è già lì con loro.
Prima di incontrare Chris dove vivevi? Con quali band stavi lavorando? Qual’era il tuo rapporto con il mondo della musica?
Ero dentro la musica punk da quando avevo appena finito la Junior school in un piccolo paese della California. Era un posto molto tranquillo e un po’ noioso ma c’era un grande scena punk lì. Mi ricordo il mio primo concerto è stato fantastico! La cosa bella del punk è che qualsiasi persona può farlo. Sono subito entrato a far parte di una band. Erano in cinque ma poi dopo un po’ suonavo con solo una persona o due ragazze. Mi è sempre interessato molto di più registrare che essere ‘the man’. Quando ci siamo incontrati io e Chris, ho deciso che non volevo essere più in una band ma solo quello che registra i dischi.
Come musicista e producer, ascolti tanta musica?
In realtà no, almeno non al momento. Ascoltavo molto di più quando andavo ai concerti. Ora quando siamo in tour ascolto hip hop o solo chitarra. Non so perché…
Sei un grande fan di Ariel Pink quanto lo è Chris?
Si. E’ venuto da casa mia una volta con la sua band e sono rimasti per due giorni. Facevamo solo feste. E’ stato veramente bello e anche ora, quando ci becchiamo in giro, ci divertiamo un sacco.
Hai qualche band inglese tra le tue preferite o preferisci band americane?
Beh, a me piace tutto. Potresti nominare una band a caso e probabilmente mi piacerebbe. Recentemente ascolto rockabilly, roba tipo Gene Simmons. Un paio di persone che vengono in mente ora sono Earl, i Deads, i Byrds. Sono anche un grande fan di Three Figs.
Puoi dirmi come è nata la canzone Die?
Die è stata scritta un po’ di tempo fa ed il nostro vecchio batterista non riusciva mai a suonarla come volevamo. Così ogni tanto Io e Chris ci ritrovavamo a provarla da soli dopo notti fuori passate tra drink e droghe. In queste piccole jam io suonavo la batteria e provavamo questa canzone all’infinito. Era davvero ipnotica. Ma ancora non riusciamo a farla funzionare. Poi è arrivato Darren e lui ha capito tutto. L’etichetta ha avuto da ridire sul brano finito ma poi ha ceduto e tutt’ora è una canzone veramente divertente da suonare. E’ anche una delle mie preferite del disco. Sono sicuro che Die, il suo saltare da un genere all’altro, ci garantirà più libertà nel futuro…
Ci vediamo in Italia presto?
Fare un’intervista con la stampa Italiana ci porterà bene. Amo l’Italia. Ci ho passato un’estate intera una volta. È un sogno. La gente in America non conosce il vostro paese molto bene, conosce solo i ristoranti.
