Recensioni

Non c’è velleità artistica, o preponderanza estetica nell’arte brutalista. Gli edifici sono adesso messi a nudo nell’oggettività brutale dei loro materiali. Nessuna operazione di edulcorante imbellettamento: calcestruzzo, vetro, mattone, acciaio sono assemblati senza mediazioni formali; gli impianti lasciati a vista. L’arte si fa adesso grezza, cruda, brutale come la vita che la va ad abitare. E il mondo raccolto e restituito da Brady Corbet in The Brutalist si fa perfetto ricettacolo e speculare proiezione dell’anima del suo protagonista, che quell’arte la va ora a circondare, raccogliere e soffocare.
Non c’è nessuna carezza, nessun accompagnamento rassicurante nel microcosmo di The Brutalist. Sin dal suo incipit ex-abrupto, fatto di un piano sequenza disorientante su una vita colta nella sua fuga improvvisa senza preamboli o presentazioni, il regista lancia il proprio spettatore tra i corridoi di una mente geniale lastricata di traumi, buoni propositi e sofferenze trattenute sottopelle, come una ferita mal rimarginata al di sotto di una cicatrice infettata.

Può essere la storia di chiunque quella di The Brutalist: è l’incursione della storia non con la S maiuscola ma dell’ordinarietà di ogni emigrato che scappa dalla guerra – reale, metaforica, o personale – per raggiungere la costa del proprio sogno, e/o della propria rivalsa. Dopotutto lo stesso protagonista, elogiato nel film per la sua genialità artistica, non esiste. È frutto della fantasia del suo autore, nato dalla costola di colui che l’arte non l’ha toccata, ma anzi, danneggiata. László Tóth non è, infatti, un visionario architetto dell’arte brutalista, bensì l’operaio che nel 1972 decise di vandalizzare la Pietà di Michelangelo. Dall’ombra onomastica di un uomo che dall’arte si fa alienare, Corbet modella il genio che aliena l’arte. Creatore e distruttore di mondi (proprio come architetto di universi artistici è la figura del regista, dello sceneggiatore e del montatore al cinema).
Il suo Laszlo si forma tra i corridoi della Bauhuaus ungherese, per poi cadere prigioniero dei campi nazisti, e infine diventare emigrato negli Stati Uniti. Straniero in terra straniera, lontano dall’amata moglie Erzsebet (Felicity Jones) e dalla nipote Szofiae (Raffey Cassidy) l’uomo viene ospitato in casa del cugino Attila (Alessandro Nivola) dove continua a elaborare, creare, fino a realizzare i propri progetti grazie al mecenate Van Buren (Guy Pearce). Ed è qui che l’inizio del sogno, con tanto di ricongiungimento con moglie e nipote, lascia sempre più spazio al braccio dell’ossessione, del dolore, dell’alienazione, della disgregazione dell’Io.
Con The Brutalist, Brady Corbet penetra l’immagine in modo inconsueto: ogni scena si tramuta in un varco per un’altra dimensione, ogni crepa del reale apre all’imponderabile e al dolore insostenibile, ogni ruga del sensibile dischiude un mondo diegetico mai in eccesso rispetto al racconto, ma sempre abile nel colmare lacune di discorsi impossibili da sostenere, o di parole incapaci di fuoriuscire. The Brutalist è infatti un film fatto soprattutto di immagini: immagini concepite non per rassicurare, o intrattenere, ma per colpire come un colpo d’occhio, nello stesso modo in cui gli edifici di stile brutalista svettano e stridono con l’armonia urbanistica circostante. Ed è proprio quando l’opera si assesta su un manto di parole messe in bocca e restituite a raffica dal personaggio di Guy Pierce, che tutto perde momentaneamente di forza e mordacia.

Quello slancio umano intagliato di traumi, aspettative, ambizioni e speranze, frena improvvisamente perdendo l’orientamento, con il rischio di allontanarsi dalla via maestra. Ma è una deviazione prevedibile e giustificabile, soprattutto nell’ottica di un viaggio lungo 215 minuti, che Brady Corbet abilmente recupera e reinstaura, riportando ordine in un mondo fatto di caos. È un viaggio, The Brutalist, e come tale viene sviluppato visivamente dal suo autore, in un formato VistaVision da 70 mm che fa di ogni sequenza un tassello imprescindibile di uno sviluppo narrativo in orizzontale, dove la verticalità di qualcosa che cresce e ambisce al cielo, è solo destinata esclusivamente agli edifici progettati dal protagonista.
In un mondo fatto di cemento, di materiali grezzi, il corpo diventa anch’esso freddo, modellabile, sensibile alla rottura, o alla facile scheggiatura. Come Michelangelo, Adrien Brody scalpella il suo László Tóth non tanto per dargli una forma, quanto per lasciar fuoriuscire quell’anima soffocata da paure, timori, costanti incomprensioni. Seguendo a debita distanza il proprio protagonista, la cinepresa di Corbet illude di documentare il sogno americano, per restituire l’incubo dell’incertezza. Un ribaltamento sempre suggerito, partendo da quell’immagine ruotata di 90 gradi della Statua della Libertà (simbolo dell’accoglienza verso gli stranieri approdati a New York) e poi sempre più concretizzato, sia da una fotografia che da calda si imbrunisce, vestendosi di ombre e sfumature fredde, scure, plumbee, che dai volti di personaggi ormai imprigionati in smorfie di dolori e non più aperti a espressioni di gioia e sorpresa.

Quello di Tóth è dunque un incubo che trova l’apice della caduta morale, umana, ed etica tra le cave di marmo di Carrara, per poi a stento e con fatica risalire, in un ultimo tentativo di appropriazione del sogno, del successo, della felicità. Una risalita faticosa e lenta, come lento è il movimento di macchina e l’assemblaggio di un montaggio disteso, allungato, che va a contrapporsi a una prima parte fatta di riprese vorticose, e time-lapse di un’America in costruzione, che con il suo mastodontico impianto urbano, sopravvive alla caducità di una vita facilmente dimenticata e dimenticabile.
A differenza del suo precedente Vox Lux, Corbet trova un equilibrio tra le forze, raddrizzando l’opera a ogni rischio di caduta, senza lasciarla scivolare in quella tediosità narrativa in cui era invece andata a incastrarsi la seconda parte del suo film precedente. Tra alti e bassi, la narrazione è un canto di sirena che incanta lo sguardo dello spettatore, lo fa suo, immergendolo tra le profondità più buie del genio umano. Se l’opera di Corbet appare a tratti sfuggevole, quasi respingente è perché il regista fa di The Brutalist un racconto singolare, fuori dai canoni di rassicurante bellezza (proprio come fuori dai canoni estetici era l’arte brutalista) e lontano dal solito filone popolare, abitato da eroi tarati da vizi e debolezze. Eppure, anche nel buio si scorge lontano un fascio di speranzosa luce. Nonostante la caduta personale, viene concessa a László una seconda opportunità, non per rispondere ai canoni narrativi del facile happy-ending, quanto per rimarcare la catarsi dal dolore, la possibilità di ricominciare quando le cose crollano e toccano il fondo, proprio come un edificio distrutto e poi ricostruito dalle sue fondamenta.
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