Recensioni

TOP

Batte il cuore; anche se rotto, anche se a pezzi, anche se chiuso, nascosto all’interno di un corpo mostruoso. Dopotutto, quello di Guillermo del Toro è un cinema che si nutre del paradosso del mostro: ciò che crediamo essere tale risulta essere il più fragile, la vittima degli eventi, il risultato finale di un esperimento nato da chi mostro lo è veramente, l’essere umano. Dopo Il labirinto del fauno, La forma dell’acqua e il più recente Pinocchio, la sua galleria di reietti e figure imperfette – e per questo pure, reali – non poteva che impreziosirsi di un’opera che di tale concetto si fa linfa vitale come il Frankenstein di Mary Shelley.

Lei, la giovane figlia del filosofo William Godwin e della pioniera del movimento femminista Mary Wollstonecraft, a 18 anni diviene l’antesignana di aspirazioni future, fantasie divine, moniti costanti, sussurri nefasti alle orecchie di uomini volutamente sordi, sedotti da una sete di potere che li rende anche ciechi. Prima di Ex Machina (è sintomatico che a interpretare il ruolo del creatore di Ava nel film di Alex Garland sia sempre Oscar Isaac), Non lasciarmi, Povere Creature!, c’era dunque la Creatura di Mary Shelley, una creatura che tra le mani di del Toro può adesso rinascere nella sua essenza più pura e, paradossalmente, più umana. Ecco perché, a differenza di quanto compiuto dalla stessa autrice e da altri registi (da Whale a Kenneth Branagh), del Toro decide di non creare alcun orizzonte d’attesa attorno alla figura della Creatura: la comparsa del “mostro” non è anticipata da lunghi flashback, ma restituita immediatamente nella sua forma più mostruosa e animalesca, per poi regredire a quella più docile e reale. È l’immagine che sfida la verità, lo strato superficiale di un pregiudizio estetico che viene via via scalfito, grattato, fino a lasciar spazio all’essenza più fanciullesca, innocente.

“What manner of a devil made him”: sta qui, nell’incredulità di questa domanda, il senso dell’opera. Il creatore non vive per la scienza, ma si tramuta in un Lucifero che ambisce al regno del divino, per essere gettato nell’inferno del rimorso e della repulsione. Il ghiaccio brucia la pelle, congela il sangue, blocca un ricordo che si ripresenta costante.

È un’opera d’arte che contiene in sé, come una matrioska cinematografica, il Frankenstein di del Toro. Ogni particolare rivela un’anima propria. Non c’è colore o elemento scenografico privo di significato altro. Un gioco sottile di substrati semantici, dove anche la semplice lettura si fa citazione di legami amorosi: stupendo, infatti, l’inserimento del poema Ozymandias di Percy Bysshe Shelley (marito ed eterno amore proprio di Mary Shelley) all’interno del film. Le stesse location e ricreazioni architettoniche vivono poi di quel senso gotico che dava linfa vitale e carattere all’opera della Shelley, ma anche allo stile visionario dello stesso del Toro. Il predominio del buio sulle luci, l’estensione delle ombre, l’uso massiccio del grandangolo, il nero che lotta nei vestiti e nei decori insieme al giallo o al rosso restituiscono il senso profondo di quel memento mori che lo stesso Harlander (Christoph Waltz) tentava di catturare nelle sue foto.

Rosso è sangue, il rosso è vita; il rosso è il colore che vestiva il corpo della madre di Victor e che determina l’entrata in scena di Elizabeth. Ma il rosso è anche il prologo della morte, l’apripista dell’avanzamento del nero mortifero.

Non seguirà l’ordine degli eventi scaturiti dalla mente di Mary Shelley, ma quello che compie Guillermo del Toro è qualcosa di più profondo. Il regista messicano estrapola l’essenza letteraria, trapianta il cuore dell’opera in un nuovo corpo, senza per questo snaturarla, ma anzi potenziandola.

Le morti vengono sostituite, altre rimandate; personaggi vengono aggiunti, altri modificati, perché resi più mostruosi. E sarà proprio da quella bile costante, rimasticata con i traumi del passato, che rinascerà il mostro: quello vero, quello umano. Il padre di Victor si fa così calco su cui replicare le azioni del figlio, reazione a catena di una sofferenza subita e adesso restituita su un essere puro come il suo “mostro”. “Sangue chiama sangue”, affermava il Macbeth shakespeariano, ed è qui che vive il pensiero della Shelley: ogni attacco subito dalla Creatura, ogni arto ammanettato, ogni sguardo basso è un’esacerbazione di quelle parole impresse su carta nel 1818.

L’uomo che giocava a essere Dio non è il Prometeo che ruba il fuoco del sapere agli dei dell’Olimpo, bensì un Icaro che con quel fuoco si brucerà le ali. Da vettore di scienza e conoscenza, si tramuta in mostro. Ma per trasmettere uno scarto emotivo, un turbamento interiore, serve un corpo che si muove, uno sguardo che comunica, un cuore che batte: quelli dei protagonisti scelti da del Toro non sono semplici corpi, ma trasmettitori elettrici di pensieri, sentimenti, emozioni.

Dalla Creatura afona di Jacob Elordi all’iracondo e frustrato Victor Frankenstein di Oscar Isaac, tutto è perfettamente calibrato e orientato per scuotere lo spettatore. Le riprese ristrette, quasi intime, sono sguardi chiamati a cogliere ogni più piccola mutazione emotiva, ogni non detto rivelatore di pensieri tenuti bloccati tra lingua e denti. La voce profonda di Elordi è un canto che viene da lontano, da un oltretomba da cui è stato sputato ma da cui non può ritornare; soffre la sua creatura, sente la sua carne recidersi e poi ricomporsi, ma senza trovare la pace eterna.

Non è Frankenstein, dunque, il Prometeo designato, ma la sua creazione: suo è il fegato condannato a rigenerarsi, mangiato ad libitum dalla vita. È lui il personaggio che fa da ponte tra il cuore pulsante dell’opera della Shelley e il corpo filmico di del Toro. Certo, ci si addentra talvolta in un ricamo digitale che appesantisce un apparato che avrebbe potuto respirare un’aria più artigianale; determinati passaggi potevano essere sfoltiti, altri indagati, ma ciò nonostante, il regista messicano ha saputo realizzare un buon compromesso tra la propria visione artistica e la materia originale. E il resto è un lungo vagare alla ricerca del proprio posto nel mondo, mentre gli altri scappano, urlano, hanno paura, forse ritrovando nell’aspetto della Creatura riflessi di se stessi e della propria mostruosità.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette