Recensioni

7.2

Tra gli estimatori degli ZÖJ figura anche Nick Cave, che ha espresso il proprio apprezzamento per il talento di Gelareh Pour, voce e polistrumentista del duo iraniano-australiano. Pour suona kamancheh e qeychak ed è una delle due anime di questo affascinante progetto che intreccia tradizione persiana, improvvisazione, avant-folk e sound art. Al suo fianco c’è il percussionista australiano Brian O’Dwyer. Non a caso ZÖJ significa “coppia” in persiano e il cuore della loro proposta risiede proprio nel dialogo tra due sensibilità e geografie differenti: da una parte il tema dello sradicamento, dell’identità e dell’appartenenza, spesso filtrati attraverso l’esperienza migratoria di Pour, dall’altra lo sconfinato paesaggio australiano.

Il nuovo album May The Devil’s Ear Be Deaf, terzo lavoro in studio del progetto, porta ulteriormente avanti questa ricerca e lo fa dal vivo e in presa diretta, con i testi che attingono, come sempre, dalla poesia persiana contemporanea. Se nel precedente Give Water To Birds la presenza di ospiti come Brett Langsford apriva il suono a una dimensione più stratificata e quasi corale, qui il discorso si restringe fino all’osso: il duo torna a una forma essenziale, priva di sovrastrutture, in cui ogni elemento è esposto e lasciato respirare nello spazio acustico. La voce di Pour assume così il carattere di una preghiera laica, il drumming di O’Dwyer ne amplifica la tensione emotiva attraverso un lavoro fatto di risonanze, sfregamenti e sottili mutazioni timbriche.

Quando gli archi non generano fitte trame ambientali, alcuni passaggi possono evocare la dimensione laconica dei Dirty Three, soprattutto nelle linee melodiche del kamancheh e nel tono elegiaco delle composizioni. Ma la batteria di O’Dwyer appartiene a un’altra tradizione: più vicina all’improvvisazione libera e al drumming materico che al lirismo jazz-folk di Jim White. Un taglio à la The Necks, con la percussione impiegata come fonte di colore, spazio e tensione. Altrove il paragone può estendersi agli sloveni Širom, con cui gli ZÖJ condividono l’uso di strumenti acustici non convenzionali, un approccio rituale alla composizione e una forte connessione con il paesaggio come elemento narrativo.

Se non vere e proprie preghiere, le composizioni di May The Devil’s Ear Be Deaf assomigliano a meditazioni sulla perdita, con la musica a fungere da lenitivo. Il duo lavora su una natura cameristica e rarefatta, abitando un tempo e uno spazio propri, e qui si avverte chiaramente lo scarto rispetto al lavoro precedente, tutto in sottrazione.

Trentasei minuti che restituiscono un universo coerente e profondamente immersivo, nel quale suono e silenzio possiedono lo stesso peso specifico.

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