Recensioni

Monumentale è un aggettivo che è stato spesso usato per la musica del trio australiano. L’idea di suite, al tempo stesso, ha quasi sempre caratterizzato le loro uscite: movimenti unici e di ampio, se non ampissimo, respiro, volti a lasciare fluire una musica che nel suo “minimalismo” è sempre stata l’equivalente sonoro di una marea montante. Anche nei momenti quasi impercettibili, anche nei vuoti che spesso hanno avuto la funzione delegata ai pieni, la musica dei Necks è un flusso ininterrotto e totalmente avvolgente per l’ascoltatore. Chi li ha visti dal vivo sa bene cosa intendo.
Se quell’aggettivo calza a pennello alla musica e alla discografia di Tony Buck, Chris Abrahams e Lloyd Swanton, lo fa anche per Disquiet, disco numero mille in una carriera con pochissimi bassi e tantissimi alti (a esser precisi, è il ventesimo disco in 38 anni di attività), che consta di tre dischi per oltre tre ore di musica. Il tutto, naturalmente, distribuito in sole quattro tracce, o suite che dir si voglia, come detto sopra. A conferma della scorrevolezza della loro musica, Disquiet rinuncia a qualsiasi gerarchia: per volontà degli autori non esiste un disco 1, 2 o 3, e l’ascolto è libero, senza indicazioni dalla band.
Una volta scelto a caso un CD e iniziato l’ascolto, si capisce il perché: all’interno di un perimetro sonoro ormai più che riconoscibile, che unisce jazz (quello meno accademico) e minimalismo (quello più screziato possibile), i tre si muovono esaltando ora uno strumento, ora un altro, fondendoli e rifondandoli dalle fondamenta per offrirne nuove possibilità.
Ne emergono architetture sonore di ampio respiro, vere e proprie cattedrali monolitiche e apparentemente statiche – la reiterazione, dopotutto, è una delle prerogative del trio – ma in realtà mobili, fluide e prive di qualsiasi focus identificabile. È tutto compreso, tutto in divenire. Che siano accenti davisiani, passaggi lounge-jazz anni ’70, accenni di colta contemporanea, stasi ambientale o distillazioni pianistiche, poco importa. L’universo è infinito, mutevole, cangiante, esattamente come la musica dei Necks, che sembra preesistere a tutto da così tanto tempo.
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