Recensioni

Com’è spesso accaduto in passato, negli ormai numerosi album di una carriera più che trentennale, e come accade spesso nei live del trio australiano, anche questo Bleed consta di una sola, lunghissima suite da poco più di una quarantina di minuti. Dopotutto, non interrompere il flusso, lasciare che la dimensione sonora si dilati, aprire dialoghi tra suono e silenzio sono coordinate spesso rintracciabili nei lavori dei tre, quindi in un album che si mostra come una sorta di omaggio alla stasi, come una riflessione sul rapporto tra i vuoti e i pieni, questi aspetti sembrano essere portati ai massimi livelli, al punto che nel suo scheletrico mood, Bleed sembra trovare in Body del 2018 una sorta di ideale contraltare, tanto era corposo e pieno quello e quanto procede per sottrazione questo.
Costruita su vari movimenti senza soluzione di continuità, la suite omonima vive di momenti piuttosto diversi – sempre in un ambito riduzionista se non proprio di matrice minimale –, eppure amalgamati alla perfezione e tutti indistintamente votati alla stilness: immaginate una lunga distesa di silenzi e di vuoti su cui sparute note di piano, tra riverberi, respiri, echi e dilatazioni, cominciano a tratteggiare qualcosa, quasi fossero dei piccoli (contrap)punti da ricollegare come in uno di quei giochini della settimana enigmistica, facendo via via entrare (e uscire) gli altri strumenti (piatti, tamburi, archetti, ma anche sparute note di chitarra made in Tony Buck) e cominciando a far apparire forme e immagini.
Anzi, sfocature e ipotesi di forme e immagini che presto svaniscono nel flusso quasi immoto che il trio ha messo in scena tra ambient statica, jazz fantasmatico, introversioni post-rock, accenni di contemporanea anti-accademica, gorgoglii e cacofonie da music concrete, per riemerge carsicamente e corposamente nel quarto finale, prima di una chiosa tanto malinconica quanto struggentemente isolazionista.
Bleed è in sostanza l’ennesima dimostrazione di fertilità creativa inarrestabile e, insieme, di indagine sia sulle proprie capacità che sulle possibilità di una musica davvero senza orizzonti tangibili che non siano la sublime manifestazione della bellezza.
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