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Che Zach Cregger fosse uno di quei nomi da tenere d’occhio ce n’eravamo accorti già da Barbarian, horror che partiva da una premessa familiare per poi discendere in un abisso senza fine né via d’uscita. Così, per questo Weapons le aspettative erano molto alte, soprattutto se consideriamo che il progetto in questione era uno dei più ambiti a Hollywood (a un certo punto si pensava sarebbe stato diretto da Jordan Peele, una garanzia della produzione horror più recente).

Diciamolo subito e chiaramente:  Weapons è un buon film e Cregger è abilissimo a strutturarlo in modo intelligente e arguto, quasi fosse uno spaccato crudissimo della periferia d’America, con tutto il suo carico di tensioni e ambiguità. È evidente fin dalle prime battute che, attraverso una serrata divisione in capitoli (ciascuno dei quali incentrato su un protagonista diverso della storia), il regista sia molto più interessato ai suoi personaggi e alla loro capacità di affrontare qualcosa di inaudito e che sfugge a qualsiasi controllo che alla storia in sé e alle suggestioni che strategicamente piazza in campo.

Weapons, Julia Garner in una scena del film

La premessa, esattamente come accadeva in Barbarian, è molto semplice e diretta: a Maybrook, piccola cittadina della Pennsylvania, una notte alle due e diciassette minuti, diciassette bambini che frequentano la terza elementare escono in silenzio da casa loro, camminano verso il buio… e scompaiono. L’unico rimasto è Alex Lilly, che insieme all’insegnante Justine Gandy e ad altri abitanti del paese diventa il centro delle indagini.

Come dicevamo, se c’è una cosa che Cregger ha dimostrato di saper gestire benissimo è la tensione narrativa, quello spazio di incertezza che esiste tra i vari personaggi che come un mosaico formano i pezzi di un’indagine che difficilmente culminerà con una risposta logica. Giustamente, nella sua parte conclusiva e risolutiva, la storia prende tutt’altra piega e non ha paura di abbracciare la sfera del puramente fantastico. Il problema, ed è proprio qui che si annida la fragilità del film, è che le intuizioni, pur affascinanti, raramente vengono sostenute fino in fondo: molte piste narrative si interrompono o si dissolvono in immagini suggestive ma fini a loro stesse (una di queste riguarda proprio la singolare postura delle braccia che i bambini assumono quando sono controllati, palesemente presa in prestito dalla disperata fuga della piccola Kim Phúc, Napalm Girl, immortalata nel 1972 in una delle fotografie più celebri scattate durante la guerra del Vietnam). L’epilogo, pur coerente nella sua volontà di chiudere il cerchio, appare in parte posticcio, come se non riuscisse davvero a restituire il peso delle attese accumulate.

Non è un folk horror, perché non indaga fino in fondo le radici di quel tipo di folclore molto caro a tanta letteratura di genere; non è un thriller cospirazionista, anche se a tratti Archer, interpretato da Josh Brolin, incarna quell’ambiguità, forse inconsapevole, insita nelle scelte narrative un po’ confusionarie di Cregger (il fatto che il suo personaggio parta da una teoria del complotto e scopra la verità è un messaggio a dir poco problematico). Weapons rimane un’opera che conferma il talento di Cregger nel maneggiare il linguaggio dell’horror moderno, capace di avvolgere lo spettatore e trascinarlo in un incubo elegante, ma forse troppo compiaciuto delle sue ombre per offrirne una vera via d’uscita.

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