Recensioni

Mort Rifkin (Wallace Shawn) è un ex professore di storia del cinema che ha lasciato l’amata cattedra per dedicarsi alla scrittura (fallimentare) del suo primo romanzo. Cinico, disilluso, stanco e ipocondriaco, Mort è sposato con la raggiante Sue (Gina Gershon), una press agent che lavora nel mondo del cinema, ma tra i due le cose non funzionano da tempo. Il loro matrimonio viene messo ulteriormente in crisi quando, grazie al lavoro di lei, lasciano New York per andare al Festival internazionale di San Sebastién. Qui Sue deve seguire la nuova stella del cinema francese, Philippe (Louis Garrel), un giovane regista altezzoso che vorrebbe risolvere la questione israelo-palestinese con il suo prossimo film. Tra Mort e Philippe non scorre buon sangue, a maggior ragione quando il primo inizia a sospettare un’intesa amorosa tra il secondo e sua moglie Sue; inoltre i suoi dubbi sono accompagnati da un forte malessere al petto (forse il cuore) a cui non riesce proprio a non pensare. Mentre Sue si perde nei meandri del festival e dei suoi sentimenti, Mort riflette sulla sua esistenza tra i quartieri della città, trovando anche il tempo di farsi visitare da un medico, la dottoressa Jo Rojas (Elena Anaya), della quale si invaghisce all’istante. 

Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel. Still da “Rifkin’s Festival” (2021). Regia: Woody Allen

«Tu non moriresti per amore?», domanda Jo a Mort durante la loro prima cena insieme; anche lei, caratterialmente opposta al protagonista, sta soffrendo per il suo matrimonio (è legata a un pittore madrileno dedito alle bizzarrie della vita bohémien). «Io preferirei non morire affatto», le risponde Mort (fantastico Shawn), racchiudendo in una battuta tutti i precedenti quarantotto film di Woody Allen. Perchè, com’è noto da tempo, il regista newyorkese difficilmente esce dai suoi riconoscibilissimi e citatissimi canoni, tant’è che la maggior parte dei film della “fase senile” sono definibili come semplici “variazioni sul tema”, improvvisazioni squisitamente jazz che partono dallo standard per poi ritornare sempre ad esso. Rifkin’s Festival è l’ennesimo tassello comico di questo mosaico esistenzialista che, con gli ultimi tre film “digitali” (Cafè Society, 2016, La ruota delle meraviglie, 2017, Un giorno di pioggia a New York, 2020), ha virato verso gli intensi colori della sublime fotografia di Vittorio Storaro.

Purtroppo questa volta si fatica a non notare una stanchezza nella scrittura (comunque non ai livelli di To Rome With Love, 2012), cosa che ha dell’impensabile se pensiamo a quanto ancora possa essere fulminea la penna di Allen, ma bisogna tenere conto del numero (quarantanove), delle difficoltà produttive trovate lungo il percorso (la figlia Dylan, adottata insieme all’ex moglie Mia Farrow, ha rinnovato le accuse di stupro) e della pubblicazione della ben più interessante autobiografia A proposito di niente (in Italia grazie a La Nave di Teseo). L’insipido trailer di lancio era già chiaro: il fulcro narrativo di Rifkin’s Festival è il suo classicissimo ménage à quatre, attraverso il quale si mettono in scena nuovamente le misteriose logiche dell’amore. Ma il punto d’inizio non coincide con quello d’arrivo e questa sfasatura, alla fine, è l’unico pregio del film.

Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel. Still da “Rifkin’s Festival” (2021). Regia: Woody Allen

Concettualmente parlando, possiamo avvicinare il nuovo film al bistrattato Stardust Memories (1980), uscito dopo il successo dei capolavori Io & Annie (1977) e Manhattan (1979) e del bergmaniano Interiors (1978). In quella pellicola il regista newyorkese seguiva le orme di  di Federico Fellini (1963) e rifletteva sul significato delle suo percorso artistico, analizzandone le varie tappe e le conseguenti risposte di un pubblico sempre più affezionato ed esigente. Infatti in Rifkin’s Festival, attraverso i turbamenti del suo nuovo alter ego, Allen si chiede che cosa sia diventato lui e, specularmente, cosa sia diventato il cinema stesso. E in tale snodo, da un punto di vista strutturale, il film si accosta anche all’ultima grande opera del cineasta, Midnight in Paris (2011), dove lo scribacchino di Hollywood Gil Pender (Owen Wilson) incontrava nelle notti parigine i protagonisti della Lost Generation e delle Avanguardie storiche.

Forse a causa del suo piccolo problema al cuore, Mort vive in uno stato allucinato tra sogno e realtà: sia quando si addormenta angosciato sia quando la sua mente vaga altrove durante le sue passeggiate, diventa il protagonista sfortunato delle sue pellicole in bianco e nero preferite, tutte (tranne una) appartenenti al cinema europeo degli anni Sessanta (Fellini, Truffaut, LelouchGodardBuñuelBergman). Mort entra ed esce dallo “schermo della sua mente”, alla stregua di Buster Keaton nel memorabile La palla n. 13 (1924), un espediente che Allen aveva già in qualche modo utilizzato ne La Rosa Purpurea del Cairo (1985). Qui per fortuna, funzionando poco la scrittura dei dialoghi nella “realtà”, talvolta pure affossati dentro inspiegabili tempi morti causati in sede di montaggio, interviene il potere simbolico e sensuale dell’immagine che, con la sua malinconica composizione, stuzzica cinefilia e nostalgia dello spettatore (è una piacevole sorpresa che Storaro spicchi più nelle sfumature di grigio che negli altri colori). Così Rifkin’s Festival si aggiunge alla lista dei film più sfacciatamente citazionisti di Allen, il primo dai tempi dell’espressionista Ombre e nebbia (1991).

Wallace Shawn. Still da “Rifkin’s Festival” (2021). Regia: Woody Allen

È un peccato che dietro questa regressione nello spazio di comfort di Mort/Woody, scudo protettivo contro un cinema di nicchia che vorrebbe spacciarsi per innovativo, non ci sia niente se non un’analisi piuttosto insoddisfacente dello stato dell’Arte, come se Allen non avesse avuto voglia di inventarsi un altro modo per riproporsi all’oggi (Midnight in Paris rimane altra cosa). Sebbene sia una scelta ai fini della commedia, di certo non ha aiutato l’aver polarizzato il dibattito messo in gioco, con i due lati opposti occupati da un inamovibile fanatico del passato (Mort) e dalla triste parodia dell’enfant prodige che copia spudoratamente ma ha grandi aspirazioni (Philippe).

Quindi, a parte la solita manciata di trovate geniali (una ha per protagonista Christoph Waltz), Rifkin’s Festival è una riflessione sul cinema che non porta da nessuna parte, e dispiace perchè il precedente Un giorno di pioggia a New York era riuscito a “variare il tema” con freschezza e genuinità, proprio grazie a quei giovani attori e attrici (Timothee Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez) che sono l’espressione del nuovo che avanza.

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