Recensioni

L’ultimo lavoro di Woody Allen è una svolta un po’ in tutto. Prima di tutto, la storia è ambientata a Londra anziché nella amata New York, le musiche piuttosto che affidarsi al jazz caro all’autore americano, sono composte da arie di Donizetti, Rossini e Verdi. In ultimo, il film in questione parte rapido come una commedia di satira sociale per poi tramutarsi in un efficace thriller hitchcockiano.

Ad ogni modo, le abilità registiche sono al solito posto. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla bravura nel dirigere gli attori, nell’introdurre ambienti, situazioni, nello sviluppare dialoghi ad effetto. Tutta la prima parte è un meccanismo ad orologeria, studiato nei minimi particolari. Nessuna sbavatura per la rapida ascesa nel gothadell’alta società londinese dell’arrivista, cinico e spregiudicato, Jonathan Rhys-Meyers e per il conseguente progressivo declino della magnetica Scarlett Johansson .

La misura del film è un ago della bilancia che oscilla tra azzardo e cautela. Una partita a tennis con il destino, che mostra da un lato il nichilismo di fondo di Allen, altrove nascosto da ironia e sarcasmo, e dall’altro il suo perdurante fatalismo. Una visione delle cose che cede ai vortici del caso e che a esso fa affidamento: “Chi disse preferisco avere fortuna che talento aveva capito l’essenza della vita”.

In questo senso la filosofia del film viene enunciata fin dal prologo e man mano che la vicenda si evolve mostra le fattezze del disegno generale. Allen è così bravo da riuscire a caricare di sottili correnti comiche le sequenze maggiormente tese. Valga come esempio il momento dell’omicidio dell’anziana vicina di Nola, o l’interrogatorio alla stazione di polizia. Nella parte finale, il gioco gli prende un po’ la mano, ma dopo due ore di film a orologeria, il peccato è decisamente marginale.

Match Point ha i suoi padri spirituali nell’amato Dostojeskij di Delitto e Castigo , citato espressamente nel film, e nei thriller hitchcockiani come Notorius e La donna che visse due volte, a cui Allen reca un tributo pieno di affetto, nella sequenza ambientata nella Saatchi Gallery. Anche la bionda Johansson fa pensare a Hitchcock, smessi i panni acqua e sapone della ventenne malinconica e calata in una strana fusione di goffaggine yankee e sensuale austerità alla Kim Novak, dà una prova meritevole di nota, che conferma la scelta efficace di non mettersi in gioco come attore per affidarsi invece ad un cast giovane da modellare a proprio piacimento.

Accusato di aver fatto un film disperato sul cinismo come unica regola del vivere umano, Woody Allen si difende facendo spallucce: “ Più che cinico, mi definirei realistico. Quanti crimini impuniti ci sono nel mondo? E penso a crimini privati ma anche a crimini internazionali...”. In definitiva, un film che partendo dalla commedia pende poi decisamente verso il nero e che lascia alla fine un amaro sapore di fiele e un’inquietudine opaca, come il sinistro e malinconico sguardo di Jonathan Rhys-Meyers nell’inquadratura finale.

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