Seconde vite: L’oggi di Wire e Gang Of Four
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Gaspare Caliri
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Stefano Pifferi
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Giancarlo Turra
- 10 Settembre 2010
“Siamo fatti di tempo e se ci sottomettiamo a esso, tra le possibilità ce n’è una che possiamo scegliere. E se l’accettiamo col permesso dell’incertezza, non possiamo perdere.” (Richard Hell)
Se non ora, quando?
Sosteneva Lukàcs che è compito del genio mettere ordine tra le cose. Il che, di conseguenza, equivale a riconoscere per l’ennesima volta che artisticamente niente nasce da zero, semmai si tessono tra loro fili esistenti, da scoprire e connettere all’infinito. Nulla si crea e nulla va distrutto ed è un processo che ognuno può testimoniare in cinquanta e rotti anni di evoluzione della musica rock, fascinoso mistero che – nelle sue espressioni più alte – sfugge al tempo nel momento stesso in cui ne cattura il respiro. Fateci caso: tra le mille altre cose, gli “anni zero” hanno testimoniato un guardarsi indietro da parte di chi, in epoche diverse, hanno lasciato il segno: Patti Smith e Sonic Youth che dal vivo risuonano Horses e Daydream Nation alla luce della mezza età e oltre; gli Stooges che si riformano e deludono, superati dalla verve dei Radio Birdman; l’ennesimo recupero della new wave causa l’ovvio riaffacciarsi sulle scene di mostri sacri. Travolto e spaesato, non puoi evitare di pensare quanto davvero ci sia bisogno di volgersi con tale insistenza al passato. Soprattutto all’evidenza di come sovente basti la forma originale a garantire l’attualità di certi dischi in un presente arido. Per non uscire dall’ambito di questo articolo, un Entertainment!, un Y, un 154 appartengono con medesimo vigore tanto all’oggi quanto all’anno che li vide uscire; Marquee Moon, Unknown Pleasures e Metal Box hanno generato decine di fotocopie formate da giovanotti passati dallo spremersi i brufoli a imbracciare chitarre.
Benissimo se i “pardi fondatori” vogliono tornare, anche solo per raccattare quei due soldi che non fecero al tempo perché il mercato non era pronto. Ciò che inquieta (ci mancavano solo i Primal Scream con Screamadelica…) è che, se intanto l’attitudine è rimasta congelata, la replica di una rivoluzione scade nella farsa o, nella migliore delle ipotesi, in nostalgia utile al mercato discografico per spremere gli over-35. Non basta ascoltare attorno per la conferma della statura di un classico? Non sono sufficienti i giovani d’oggi che, non riuscendo a cavare di tasca un loro equivalente di Wire, P.I.L. o Joy Division, ne replicano in tutto e per tutto stilemi ed estetica senza averne afferrato l’etica e lo spirito? Tornare su un capolavoro da parte dell’autore, inoltre, cosa potrà aggiungere se non sfumature ininfluenti? Non sarebbe forse più opportuno indirizzare le energie verso materiale nuovo, anche meno valido, nondimeno figlio di una risposta al qui e ora? Domande che conducono a una certezza: che così si rischia di cadere nell’immobilismo, vecchi e giovani insieme. Hanno un bell’affermare i componenti del Pop Group – un tempo i più duri e puri tranne i Crass; adesso freschi di rimpatriata… – che “c’è tanto che abbiamo lasciato incompleto, e le cose oggi sono peggio che negli anni ’80 e noi siamo più incazzati che mai.” Certo. Intanto, però, quella meraviglia di oltraggio sonoro che fu il vostro punk-funk bagnato nel free jazz è stata oggetto di malriuscita mercificazione da parte dei Rapture (si veda House Of Jealous Lovers), benché non sia colpa di Mark Stewart e soci ma del “gusto medio” che tende ad allargare i confini. Tratteggiare il pianeta alla deriva con pennelli e colori di trent’anni fa, che effetto può mai avere?
Il punto sta in realtà nel limite entro il quale ogni artista può seguitare a essere se stesso senza risultare patetico. Se non si evolve, se non “aggiusta” il proprio operato secondo le esperienze che ha affrontato mescolando vissuto e mestiere, si consegna alla triste messinscena, all’amarcord da lacrimuccia. Però: se vi spingete oltre nella lettura, scoprirete che c’è chi suona tuttora fresco come nel ’79 e chi ha tenuto il cervello focalizzato su quando accaduto nel frattempo alla musica in termini di produzione, fruizione, gestione. Il segreto è comprendere e adattarsi, così che – per esempio – puoi ascoltare Send in coda agli Shellac, o Your Future Our Clutter in mezzo agli LP dei Pavement (eccoli, altri che non han saputo resistere alla tentazione…) e giorire della loro attualità. Perché gli artefici – nel trasformarsi lungo i decenni plasmandoli, ingoiandoli, risputandoli – hanno trattenuto l’anima di quando iniziarono. E così si collocano al di sopra del tempo, come l’Arte al proprio meglio.
Intrattenimento!?: Gang Of Four
Secondo quanto si legge in rete, e a giudicare dall’alto tasso adrenalinico degli indie-kids del globo, c’è attesa attorno alla ricomparsa della Banda dei Quattro. Content colmerà il prossimo ottobre uno iato discografico che durava dal mediocre Shrinkwrapped, pubblicato in un 1995 che pare più lontano di quel che effettivamente è. A meno di variazioni dell’ultima ora, il brano che lo chiuderà dovrebbe intitolarsi Second Life, un titolo che diremmo non avere troppi legami con la realtà virtuale che impazzava fino all’avvento di Facebook, quanto piuttosto essere una spia della rinascita della formazione. Già edito su un carbonaro 7” autoprodotto – impreziosito sulla b-side da un remix di Paralyzed operato dai Tortoise – è tagliente e affilato come ai bei tempi, vocalmente un filo più melodico e perciò ideale testa di ponte per una seconda vita dei Gang Of Four. Smarriti per strada da poco i fondatori Dave Allen e Hugo Burnham, la loro versione “anni 2000” sarà per forza di cose faccenda diversa e non soltanto nella line-up. Difficile se non impossibile rinvenire la carica sovversiva che segnò Entertainment!: non che gli animi si siano frattanto placati, semmai è la realtà circostante ad essere per forza di cose mutata e non tutti stanno al passo. La protesta ha nel frattempo assunto diverse forme e di ciò deve tenere conto uno dei gruppi ideologicamente più consapevoli e schierati della propria generazione. Trarre la ragione sociale dal maoismo rappresentava nel Settantasette una dichiarazione d’intenti pesante, una provocazione che Malcom McLaren poteva al massimo sognare. All’epoca, solo il Pop Group – prossimo al ritorno: tutto quadra – vantava un impatto così apertamente e anarchicamente extra-musicale, come se si volessero collocare dei paletti tra se stessi, la propria visione del mondo e delle cose – Carlo Marx più punk inacidito dal tatcherismo, vi va? – e tutto il resto. Oggi, in un occidente rigiratosi come un calzino più e più volte, non sapremmo dire se e quanto ciò possa ancora valere. La musica, quella resta solida come oro.
In realtà gli uomini di Leeds erano tornati cinque anni or sono con Return The Gift, lavoro che – un terzo compilation, un terzo autotributo, un terzo lezione ai giovanotti rampanti – risuonava alcuni classici a uso e consumo delle imberbi generazioni: Damaged Goods, I Love A Man In Uniform, To Hell With Poverty scorrevano una dietro l’altra con impeto imprevisto per dei cinquantenni. L’aspetto che ci interessa qui non risiede però nella riproposizione di ciò che fu (i più maligni potrebbero dire “per far cassa”) quanto nel CD bonus, dove l’intellighenzia musicale contemporanea si cimentava in remix e rielaborazioni tributando il dovuto omaggio ai padri(ni). Amusement Parks On Fire, Others, Rakes, Dandy Warhols, Hot Hot Heat e Yeah Yeah Yeahs, più o meno bravi e/o originali, si collocavano lontani dal “nervo scoperto” del quartetto. Si notava l’assenza di coloro che più attentamente e direttamente stavano chiamando in causa – quando non razziando – repertorio, immaginario e suggestioni della formazione britannica: il cui punk-funk color metallo, fantastico debordare di astio e vigore li ha consegnati agli annali mentre sanciva la nascita di !!!, Rapture e Radio 4. Loro gli assenti di cui sopra, punta dell’iceberg di un underground che ha ballato per un paio di stagioni e per il quale Gang Of Four costituivano una delle pietre angolari, essendo P.I.L., Pop Group e Wire le altre. Tutti, avrete notato, freschi di rimpatrio oppure mai scioltisi per davvero.
La nevrosi ritmica, il funk in candeggina, le chitarre affilate miste a paranoia da giovani bianchi ai ferri conrti con il sistema sono tratti che letteralmente esplodono, spurgati dalla componente danzereccia e tonificati di un portato ideologico “di rottura”, dall’epocale Entertainment!. E’ la sua semplice esistenza a dimostrare l’attualità di un suono capace di sopravvivere e rivivere a distanza di un quarto di secolo; di porsi come modello per chi alla sua apparizione non era nato o al massimo portava i pannolini. Cinquantenni e passa alla pari – ma sarebbe meglio dire “più in là” – dei giovani, che dimostrano di aver capito cosa è mutato nella “gestione” di un gruppo, della musica che suona e del mercato che la veicola. La distribuzione di Content non sarà infatti un hype alla Radiohead ma una suddivisione di rischi e privilegi in scia agli Einsturzende Neubauten: legando i fan alla musica e alla relativa filiera, si attua un autofinanziamento che taglia finalmente fuori le odiate major, con le quali il rapporto della Gang non fu per ovvi motivi idilliaco. Così i diretti interessati si sono espressi sull’argomento: “La via tradizionale che passa attraverso le major non ha più senso. A dirla tutta, l’intera struttura dell’industria musicale non ha più senso. Le etichette discografiche stanno più che mai sottraendo agli artsiti e sempre meno dando qualcosa a chi viole ascoltare la loro musica.” Eccoli, i marxisti che osservano con un sorriso il crollo del capitalismo. (SP)
Questione di approccio: Wire
Wire è una parola che risuona nella nostra “formazione” sonora. Un faro illuminato e illuminante del giornalismo musicale; aggiunto di una “d”, il punto di riferimento cartaceo della curiosità per le tecnologie nuove. Come se il concetto estetico di “cavo” e “cablaggio” richiamasse lo stare al passo coi tempi, i nostri quantomeno. E, guada caso, esiste una band che ha sancito una svolta fondamentale nel dopo punk (e successivamente nei pre-Novanta e Duemila) che di quel nome si fregia e ne assume il carattere di contemporaneità. Gli Wire furono un gruppo sul serio speciale, di una tipicità che non produce cartucce lo zeitgeist ma che si esprime a colpi di capolavori. Lo fu il primo atto Pink Flag, dal quale assistemmo a un crescendo di stupore e innovazione fino a154, colossale attrattore e catalizzatore del post-punk che ha contato davvero; vertice e sintesi di temi e atmosfere che sottolineavano i tempi che correvano allora e corrono oggi. Lo fa pensare il ritorno a scadenza quasi decennale dei britannici, conretizzato nel decennio apena chiuso dal ciclo di EP Read & Burn, gli LP Send e Object 47 e l’antologia fresca di stampa Send Ultimate.
Una reunion nient’affatto passiva, come era del resto lecito attendersi da chi influenzò in maniera decisiva un’attualità che, da par suo, ha risposto con fior di citazioni e parallelismi. Un gioco di commistione, anche, che vede la contemporanea presenza sui palchi mondiali di di zii e nipoti come Devo e Art Brut, o per l’appunto come Wire e Liars. Il fatto che Newman e soci (ieri e oggi; e domani?) siano ancora “sul pezzo” è provato dai recenti esperimenti di formazioni “anni zero”. Nel momento in cui i Liars trovano in Sisterworld un suono proprio e non più derivativo, paradossalmente incappano in un gioco armonico stretto parente di Practise Makes Perfect, gioiello che faceva mostra di sé su Chairs Missing, pannello mediano del trittico classico che ha consegnato Wire alla storia e al saccheggio delle generazioni successive. In precedenza, servisse un’ulteriore prova, i live di Angus Andrew e soci mettevano al centro la performance, non la replica dei brani confezionati su album. E che dire dei These New Puritans, il cui atteggiamento – per complessità, atmosfere, approccio compositivo – ricorda da vicino i Nostri: anche qui si guardano e utlizzano le tecnologie come nel ’79. Il velo di oscurità aiuta a sottolineare la parentela, tuttavia la questione pare più di approccio, di un metodo che riconosci come il più importante lascito degli Wire. Insieme a un nervosismo divenuto leggendario che nella dimensione “live” veniva scagliato sugli astanti, peraltro già parecchio spaesati e privati dei punti di riferimento convenzionali dalle gag e pose che – saltando la semplice riproposizione delle canzoni – erano una pura performance artistica. Condotta senza spocchia ma con livore, per scardinare certi meccanismi tradizionali del rock (in ciò simili ai coprotagonisti di queste righe Gang Of Four) che il ’77 aveva continuato a celebrare dal punto di vista metodologico dopo averli irrisi. Ecco dove stava il senso del prefisso post collocato davanti a punk, ed ecco dove originava molta dell’incomprensione verso il progetto Wire. Il gruppo progrediva rapidamente, eppure buona parte del pubblico restava indietro, o nella migliore delle ipotesi cercava i mezzi più adeguati per comprendere quella nuova onda così diversa dal resto.
Colin proveniva infatti dal retaggio oggi perduto (smantellato da anni di politica destrorsa…) della scuola d’arte come il suo mentore Brian Eno, che – Reynolds racconta – nutrì il giovane Newman personalmente lungo i viaggi in auto da e verso il Watford Art College. Fu probabilmente grazie a questo e a un felice concorso di cose che prese forma un altro elemento di grandezza degli Wire, cioè la complessità armonica. Una ricercatezza che i “nuovi nuovi wavers” hanno smarrito nel rifarsi soltanto a uno, massimo due referenti sonori del passato. E che forse anche Wire, negli episodi più recenti, posseggono in misura minore, forse per via dell’età o del più “robusto” abito sonoro dettato dai tempi in mutazione. Quella caratteristica innestava intelligenza compositiva in un mondo di suo estremamente vivo di idee nuove, e difatti si conservò – seppur parcellizzata – in alcune gemme del Newman solista immediatamente successive al primo scioglimento e nei Dome guidati da Bruce Gilbert e Graham Lewis. Ci sembra che i pur avvincenti Read & Burn abbiano da questo punto di vista subito una sorta di banalizzazione, e lo stesso dicasi per Send. Object 47 ha poi lasciato ulteriormente per strada le capacità di fuoco, forse anche perché la band ha sempre vissuto sull’auto-bilanciamento della coppia Colin Newman/Bruce Gilbert, giustappunto scioltasi (forse definitivamente) in occasione dell’oggetto sonoro numero quarantasette. Di bilanciamenti su quel cavo che in inglese significa anche filo metallico viveva e vive l’essenza degli Wire: melodia e obliquità, Colin e Bruce, avanguardia e pop. Speriamo di sentirlo vibrare ancora a lungo, quel cavo, mentre un piede davanti all’altro ne percorriamo la lunghezza, inseguendo ogni volta un doverso equilibrio sopra le note. La pratica rende perfetti, del resto.
leggi la nostra intervista a Colin Newman.
