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Per il suo ritorno sulle scene dopo quasi cinque anni di silenzio (di più se si considera invece il progetto East India Youth), William Doyle decide di sovvertire le coordinate del suo viaggio cosmico. Prima l’avevamo visto passare con una doppietta 2015-2016: l’ottimo Culture of volume a nome EIY e The dream derealised, un tremolante EP al limite della kosmische musik da lui stesso definito «9 abstract and lo-fi pieces were recorded during the summer of 2016, when focusing on creating them helped guide me through a difficult period of anxiety, panic and a regular dissociative feeling called derealisation». Poi più nulla, a parte il flash di Your Wilderness Revisited (poche segnalazioni ma plausi unanimi). Nell’aria una crisi personale, ancor prima di quella globale. Un’ispirazione classica, oserei dire canonica, per un album in tempi di pandemia, ma Great Spans of Muddy Time, pur nascendo in un tale contesto, è capace di ben altre riflessioni.
Anticipato in copertina da una tela di Melchior d’Hondecoeter, pittore fiammingo del Seicento, e da un titolo mutuato dallo scrittore, orticoltore e personaggio televisivo inglese Monty Don, che altro non è che uno statement sulla condizione mentale tipica di certe depressioni, Great Spans… è un inno allo spleen con tanto di diario di bordo: «Terrible time in my life / Walking, perpetual day / Throwing the hours away /Diffuse and empty inside» (Theme of muddy waters). Come in un cruciverba senza schema, in cui vanno cercati incastri sbagliando e riprovando continuamente, Doyle raduna i propri mostri per dare la giusta perpendicolarità alle parole. I confini tra art rock, kraut, synthpop cadono e ne nasce un ibrido dalle movenze cinematiche, horror a tratti. Great spans… è un dialogo immaginario e ininterrotto tra Wyatt (pensate a tutti gli intermezzi) e i Field Music (I need you to keep in my life), tra i Faust (A forgotten film) e gli Arctic Monkeys, passando, perché no, anche da Gary Numan e Kevin Ayers. Troppi? No, perché è Doyle a snellire l’intero impianto, raschiando il superfluo e restituendo all’umanità un lavoro collaborativo piuttosto che un collage. Al centro un artista travagliato che stavolta ha deciso di lasciarsi attraversare ma senza fornire subito la chiave d’accesso.
Great Spans… è un disco ambizioso e radicalmente inglese e pertanto necessita di un buon grado di allenamento per essere apprezzato (ciò spiega tutti quei 9 e 10 sulle riviste di settore UK). È forse questo l’unico limite di un Doyle che, a soli trent’anni, ha pubblicato il suo Carrie&Lowell e può già essere annoverato tra i migliori artisti della sua generazione.
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