Recensioni

Escluso dalla quasi totalità delle più importanti liste “ones to watch” e – anche per questo – il più concreto outsider della scorsa stagione, East India Youth ha preso in contropiede i più pubblicando uno dei migliori album di debutto del 2014, Total Strife Forever. William Doyle/East India Youth è un personaggio a suo modo eclettico, un Dr. Jekyll and Mr. Hyde che subisce la mutazione una volta salito sul palco. L’elegante e pacato charme tipicamente british che lo accompagna nella vita quotidiana (lo abbiamo visto ad un concerto dei Be Forest a Londra con la consueta divisa da bancario) svanisce nel momento in cui imbraccia il basso e inizia a manipolare il synth (a volte pure contemporaneamente) in modo schizofrenico. Per citare le parole del nostro report del Green Man 2014, la sua performance “sublima più volte in una catarsi emotiva quasi isterica in cui il nostro sembra perdere il controllo del proprio corpo“.
Una volta capito il personaggio, non sorprende che a poco più di dodici mesi da Total Strife Forever (che in realtà risale al 2012, nella sua primissima edizione) l’inglese torni già sulle scene con il secondo album Culture of Volume. Non è quindi un tentativo di sfruttare il momento di visibilità (tra cui la nomination al Mercury Prize), semmai la volontà di mettere su disco una composizione istintiva e vulcanica.
Come ha già ampiamente dimostrato nell’esordio, William Doyle non teme i confini e le ferree regole della pop music. Se però nell’esordio ciò si tramutava in una dicotomia tra la forma canzone dei quattro brani cantati e le sperimentazioni strumentali dei restanti episodi, in Culture of Volume si assiste a una normalizzazione che, a ben vedere, poteva essere prevista già dal passaggio a XL Recordings, come sempre attentissima ad accaparrarsi le giovani promesse accompagnandole nella transizione tra icone di un culto settoriale a grandi casi dell’indie-mainstream (FKA Twigs, King Krule e Ibeyi per fare tre nomi). Una normalizzazione che non era solo prevista ma anche auspicata, visti i picchi pop dell’esordio.
Fortunatamente Doyle non perde il contatto con i principali punti fermi della sua proposta, imbastendola di spunti arty fin dal titolo del disco, derivante da un verso di Monument, poema dei Rick Holland, artista a 360° gradi recentemente ascoltato – in versione spoken – in una traccia presente nella compilation Late Night Tales di Jon Hopkins, ma soprattutto collaboratore di Brian Eno nel disco Drums Between the Bells. Proprio Brian Eno continua ad essere un riferimento chiaro nei paesaggi ambient, ma più in generale si avverte una certa passione per gli incontri storici tra arte e musica (la copertina è ispirata a Andy Warhol) e la tradizione tedesca, dal kraut alla techno berlinese, fino al David Bowie di Low.
In parte registrato e prodotto nel suo appartamento londinese e mixato dall’esperto Graham Sutton (già nei Bark Psychosis), Culture of Volume mette in maggiore risalto il timbro di Doyle – pulito e cristallino – e il relativo impianto melodico, spesso basato su linee semplici, armoniose e ripetute. Il primo singolo Carousel, un brano che sa rendere epica una struttura minimale, centra subito il bersaglio: tappeti di synth e una voce in primo piano che incanta fin dal primo ascolto (l’effetto può ricordare alla lontana la prima parte di Stanlow degli OMD). Anni ottanta che fanno capolino a più riprese, che siano abbracciati in pieno nel synth-pop di chiara derivazione Pet Shop Boys di Beaming White o solamente accennati in End Result, quasi una leggera filastrocca in contrapposizione alla precedente The Juddering, opener imponente in cui l’esasperazione spacey-elettro-noise sembra volere trasportare l’ascoltatore nello spazio più profondo.
The Juddering è uno dei tre passaggi strumentali dell’opera e condivide il ruolo con Entirety (bordata techno-industrial mista Underworld) e con la conclusiva Montage Resolution che, introdotta da arpeggi orientaleggianti, riporta il tutto su panorami interstellari vicini a certa progressive-electronic. Le restanti tracce sono dialoghi perfetti tra melodia e pulsioni digitali in cui elettronica della prima ora (Kraftwerk) tagliata techno-pop (Hearts That Never) si alterna a vortici di dinamicità che si tramutano in cavalcate maestose (Turn Away). Tutto funziona perfettamente e la formula mostra solamente la corda in Don’t Look Backwards, mentre suscita sensazioni contrastanti Manner Of Words: l’impianto, di una grandiosità quasi plastificata, crea un lento cullare che va avanti imperterrito per sette minuti, prima di sciogliersi in una lunga coda.
Sommando ogni pollice alto non si può fare altro che premiare nuovamente East India Youth, non solo perché è riuscito a chiudere la difficile seconda prova muovendosi nella direzione per certi versi più rischiosa (quella pop), ma soprattutto per averci consegnato quello che è a tutti gli effetti un grande disco.
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