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7.6

The Innocents era il titolo originale del film di Jack Clayton del 1961, con Deborah Kerr, da noi ribattezzato Suspense e incentrato sul Giro di Vite di Henry James. Capolavoro dell’horror suggestivo e suggerito, sul modello noir della RKO, dove nulla è esattamente come sembra. Una caratteristica che si addice anche a Natalie Mering. Il suo folk eterno, fuori dal tempo e dallo spazio, sembra la calligrafica riproposizione di secoli di musica già sentita. Tutto molto chiaro e semplice in superficie, salvo per chi voglia scendere nel dettaglio e scoprire la maniacale complessità delle trame di una musica che al secondo lavoro maggiore (le prime prove sono davvero troppo underground per essere prese in considerazione), piazza una collezione di dieci canzoni da vertigine.

Sarebbe stato difficile per chiunque dare un seguito ad un piccolo capolavoro come The Outside Room, tanto che Natalie non ci prova neppure. Il modello non sono più Nico o Catherine Ribeiro, perché non esistono più modelli predefiniti. The Innocents è un lavoro che non nasconde la sua ambizione, che è quella di disegnare i contorni della propria musica, con una grafia che sia la propria e di nessun altro. Un traguardo che non raggiunge quasi nessuno, specie negli anni dell’appiattamento generalizzato sui modelli del passato. Ci è riuscita solo Fursaxa con Kobold Moon e ci riesce ora Weyes Blood con madrigali folk dalla melodia all’apparenza semplicissima come Land of Broken Dreams e Hang On, dove c’è sempre qualcosa pronto ad agitare una tela che si pensa di conoscere: un campionamento, una doppia voce, una parte d’organo e, quasi come a sottolineare lo status, ormai raggiunto, di autrice maggiore, non ci si fa mancare neanche il piano intellettuale e dreamy di Some Winters, e la chitarra liquida sul modello di Tim Buckley di Summer.

Ma il vero trademark è l’umore arcaico, quasi medievale, sempre presente in tutte le sue composizioni, attraverso piccoli o grandi elementi, come se fosse una venatura sinistra, che a volte è più pronunciata, come in Requiem For Forgiveness o February Skies, di fatto due romantiche ballad per amanti eroinomani, a volte più nascosta come nei giri di una chitarra apparentemente solare, vedi il caso di Ashes. Poi ci sono gli episodi del tutto alieni: il fingerpicking magico di Bad Magic, che la eleva al livello della Bridget St. John di Ask Me No Questions, e Montrose, strumentale malinconico, quasi in presa diretta, che testimonia anche del periodo di creazione di queste canzoni, sola in una stanza, in completa solitudine, lontana da un’attualità social-connessa che respinge. Erano anni che non si sentiva un disco folk così coinvolgente e riuscito, probabilmente dal Colour Green di Sibylle Baier, che certo non possiamo definire figlia dei nostri anni. La saggezza nel sangue di Natalie Mering ha radici profonde e qualità antiche.

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