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Una delle voci più coraggiose, estreme, stellari che abbiano mai attraversato membrana di altoparlante, si ritrovò in quel 1972 – appena venticinquenne – con almeno cinque capolavori alle spalle (le mirabilie folk blues di Goodbye And Hello, Happy Sad e Blue Afternoon, più le supreme trasfigurazioni “free” di Lorca e Starsailor) e due famiglie da sfamare, in un mondo che si voltava dall’altra parte, ne irrideva le intenzioni giudicandole astruse velleità. Risultato: pochi dollari in saccoccia, depressione strisciante, tossicodipendenza e alcolismo a mordergli i talloni. Comprensibile che alla lunga le insistenti blandizie del manager Herb Cohen e dei suoi discografici (tra cui lo stesso Frank Zappa, tra i titolari della Third Story) convincessero Tim Buckley ad abbandonare le prove tecniche d’assoluto per concedersi alle (bieche) sirene del mercato.

Questo per quanto riguarda le cronache. Poi c’è il resto, su cui – per fortuna – possiamo perlopiù fantasticare: ovvero, una strategia di mimetismo, un consapevole degrado, quel lasciarsi ingoiare da forme terrene, scavare nella polpa del mestiere senza mai soggiacergli, per poi – attenzione – cospirare da lì quelle traiettorie imprendibili, quelle architetture caustiche e celestiali, lo spasmo del corpo in rotta verso l’estasi. Tim insomma ingoiò il rospo di buon grado, capì la necessità di cambiare il livello dello scontro ed il campo di battaglia. Ciò che gli interessava era proseguire la sua guerra di confine: ecco quindi apparire sulla scena un Buckley inedito, insolitamente sobrio, puntuale ed efficiente durante le sessioni di Greetings From L.A. I nuovi compagni di viaggio erano session-man navigati come il chitarrista Joe Falsia e produttori occhiuti come Jerry Goldstein. La nuova calligrafia erano il rock, il soul, il rhythm and blues. Un progetto in cui Tim – evaporate le riluttanze iniziali – sembrò gettarsi con foga, coinvolgendosi fino all’ultima fibra, liberando una creatività scattante e furiosa, culminata nell’improvvisazione in studio di Hong Kong Bar, bluesone sordido che si protraeva per circa un’ora di cui fu stampato un riassunto di sette minuti e poco più. Da questa – che pure è la traccia più scarna di un programma che prevede arrangiamenti squillanti e ruffiani ai limiti del kitsch – si capiscono molte cose: Buckley insegue e ottiene una misura sconcertante, l’interpretazione si mantiene entro ranghi insospettabili, la voce – un’aquila in piccionaia – sembra tagliarsi le frequenze dalla gola. Insomma, pare proprio che Tim un po’ “ci faccia”, come nelle foto a francobollo del retro-copertina in cui – l’aria da dandy bohemién della west coast – si presta al ruolo dell’ecologista scazzato con tanto di maschera antigas. Che è comunque una maschera, e questo va tenuto presente.

Così come va tenuto presente che un disco di Buckley non è e mai sarà un disco qualsiasi. Basti sentire come nella conclusiva Make It Right arrivi a spennellare di soul spigoloso una melodia altrimenti destinata a soccombere sotto gli archi eccessivi, oppure con quale disarmante facilità riesca a schernire e lacerare la fregola marpiona di Get On Top, aspergendola di sensualità problematica e malsana, confondendo jodel, gospel e free jazz nella sclerotica improvvisazione centrale (in cui l’organo di Kevin Kelly proprio non riesce a tenere il passo). La maschera, dicevamo: proprio questo insistere su argomenti torbidi e dissoluti, spesso oltre il limite della cosiddetta decenza, ha tutto l’aspetto di una negazione premeditata, come volersi ancorare al terreno, stendersi una coperta di carne addosso, seppellire il navigatore di stelle in un sarcofago di eminente normalità. Buckley spinge il gioco fino in fondo, a costo di allibirci con quel pasticcio da B.B. King in sedicesimi che è Move With Me (con i suoi ottoni lascivi, i censurabili coretti femminili, il piano da club sfigato), e col funky soul automatico di Devil Eyes, o semplicemente di tediarci col boogie rock di Nighthawkin (una grinta sfocata, l’umoralità di plastilina tra congas e southern guitars).

Ma se è il prezzo da pagare affinché possiamo goderci Sweet Surrender, va benissimo: qui finalmente – tra torpori soul ed eccessi d’orchestrazione, in mezzo a una palpitazione esotica di congas e batteria – la voce arriva a palpare i confini del concepibile, sfarfallando inquieta, graffiando decolli acuminati, digrignando, sussultando, liberando indefinibili convulsioni. Non certo ai livelli toccati album addietro, ma – parlando di una tale voce in un tale contesto – comunque un’autentica meraviglia. E’ ironico quindi – a parte il senso di tragedia che si porta dentro – prendere atto del clamoroso fallimento commerciale di questo disco, accolto tiepidamente dalla stampa, boicottato dalle radio (ufficialmente a causa delle tematiche “troppo spinte”) e finanche esecrato dai fans della prima e della seconda ora, stizziti dal “tradimento” in chiave easy.

Becco e bastonato, Tim Buckley. A pochi passi dall’abisso, uomo incapace di quiete dietro l’artista in crisi, tenacemente rannicchiato in un bozzolo di regole e competenze, costretto ad inventarsi un’inedita umiltà quasi fosse l’ultima chance (lo era?) di un’anima troppo fragile e tempestosa. Un artista in crisi, certo. Eppure, quella voce: sbruffona e aliena, viscerale ed eterea, corpo e spirito una cosa sola, magnifico propellente d’inaudito. Trascurarla all’epoca fu uno dei soliti scherzi bastardi del destino. Farlo oggi, uno sbadato delitto tra i tanti.

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