Recensioni

6.3

Per il loro terzo album i torinesi We Are Waves non cambiano sostanzialmente formula. Una direzione che guarda alla wave anni ’80 in maniera quasi totalitaria, fino a incrociare la sua versione contemporanea di indie band come White Lies e Editors o anche Bloc Party (per restare in Italia, Soviet Soviet).

Il post-punk ma anche il synth-pop e il melodismo rock cantautorale di tre decenni orsono rimangono il punto di riferimento centrale, praticamente assoluto. I Can’t Change Myself, il primo pezzo dell’album, sembra una scheggia impazzita dal passato già molto prima di citare This Charming Man degli Smiths. Morrissey e Marr sono un riferimento quasi onnipresente, nella melodia vocale di Fugitives in cui riecheggiano le strofe di What Difference Does It Make?, e ancora in Healing Dance, tra i New Order di Ceremony e i Cure. Certo, la voce impostata su un registro white soul ci può portare ovunque, anche a fare associazioni improbabili e un po’ lascive con la poppaglia del periodo. Le abbiamo fatte prima di arrivare a Lynn: la voce di Fabio “Viax” Viassone mantiene lo stesso tono, ma sono legittimamente Mark Eitzel e gli American Music Club a leggersi (sentirsi) in filigrana. Bel pezzo questo, il più suggestivo probabilmente.

Si spazia pure tra tanti timbri strumentali diversi: Fugitives passa in un lampo dal pop acustico ai Depeche Mode, in Mirror vi sono accenni di house, Head in the Ocean svaria anche lei da chitarre a synth con addirittura piccoli sentori Red House Painters; ma non è abbastanza per togliere la sensazione di retromania e di un certo manierismo. Soprattutto se poi si finisce sempre da quelle parti (o meglio… da quei tempi). È questa la vera grande pecca a fronte di canzoni complessivamente ben scritte e con spunti di qualità.

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