Recensioni

Oscar Wilde ha scritto: «sognatore è colui che trova la via alla luce della luna, punito perché vede l’alba prima degli altri». I sogni che hanno accompagnato gli Editors in questi primi dieci anni di carriera hanno assunto dapprima tinte post-punk (The Back Room, 2005) e, attraverso l’evoluzione sfociata in un sound più barocco (An End Has A Start, 2007), sono diventati elettronici (In This Light And On This Evening, 2009) flirtando sempre con un certo alone dark dal sapore new-wave. Poi è arrivato l’amore, assieme a quel The Weight Of Your Love (2013) in cui l’oscurità è diventata più tenue ma ha proiettato la band verso buoni risultati di classifica. In mezzo, un addio, quello di Chris Urbanowicz nel 2012, e l’ampliamento della line-up con Justin Locke, chitarrista con un buon piglio da produttore, ed Elliott Williams alle tastiere, che, in sede live, in alcuni brani diventa una chitarra aggiunta. Tom Smith non ha perso occasione per dire che The Weight Of Your Love è stato un disco necessario per ritrovare le giuste distanze e l’alchimia. L’attesa per In Dream ha dato ragione al tempo, ed eccoli qui gli Editors: la copertina, con un Tom Smith immerso nell’acqua circondato dal nero ma illuminato da una luce bianca, esprime bene che genere di sogni animino il quinto album degli Editors.
Dopo le fatiche del tour di supporto al loro precedente disco, durato due anni, il quintetto si è ritirato in Scozia e ha tirato fuori qualche demo, che ha poi inviato ad Alan Moulder (già al lavoro con The Killers, White Lies e Foals, solo per citarne alcuni). Quello che è tornato indietro ha soddisfatto a tal punto la band, che In Dream, registrato a Crear, nelle Western Highlands, e mixato a Londra, è risultato il primo disco autoprodotto dalla band. Le sessioni di registrazione sono state facilitate dalla scrittura fluida scaturita da un’ottima sinergia tra i membri della band e dagli ascolti di musica elettronica e non, con una certa predilezione per John Grant, Todd Terje e Robert Palmer. Più che un ritorno a In This Light And On This Evening, In Dream è un disco che non sarebbe mai potuto essere così senza il precedente The Weight Of Your Love, ma la sensazione è che sia anche più “identificativo” rispetto al suo predecessore.
Le prime avvisaglie dell’album sono arrivate da un sampler della Play It Again Sam pubblicato a fine aprile 2015, la cui hidden track era No Harm, primo singolo estratto da In Dream messo in free download dagli stessi Editors qualche giorno dopo. Una ballad elettronica immersa nell’oscurità di una ritmica minimale e in una coltre di synth e arpeggiatori che entrano pian piano senza rubare la scena alla splendida voce di un Tom Smith che ancora una volta non si risparmia e regala un’interpretazione emozionante. E’ proprio No Harm ad aprire l’album, mentre la sua chiusura è affidata a Marching Orders, seconda anticipazione di sette minuti distribuita in trecento copie via Oxfam. Stavolta siamo più vicini alle atmosfere di TWOYL, con quel sapore vagamente springsteeniano nella melodia vocale e il ritorno a strumenti musicali acustici. E’ stata poi la volta di Life Is A Fear, con la première affidata a Zane Lowe all’interno del suo Beats 1 su Apple Music. La canzone svela una componente fondamentale di In Dream e, di conseguenza, il suo legame con ITLAOTE: il revival di un sound prettamente anni ’80. In questo caso, il richiamo ai Depeche Mode è lampante, ma c’è anche l’eco dei Cure sul basso preminente di The Law o Jimmy Sommerville/Bronski Beat nei synth e nel falsetto di Our Love.
Menzione speciale per un Ocean Of Night che è, con molta probabilità, il brano meglio riuscito di tutto il disco. Forse per la presenza di Rachel Goswell degli Slowdiwe (che canta anche in The Law e At All Cost), ma più che altro perché è la canzone in cui arrangiamento, scrittura e linee vocali trovano la loro realizzazione più convincente. Ascoltandola si capisce bene cosa intenda Tom Smith quando dice che «la musica può essere pop e sperimentale allo stesso tempo»: i battimani a tempo di bossanova resi più udibili nel finale non sono certo riconducibili agli Editors che tutti conosciamo. La facilità del ritornello, le scariche di rullante, le percussioni e quel crescendo prima dell’ultimo ritornello, poi, proiettano già l’ascoltatore verso la dimensione live della band, dimensione che gli Editors dominano molto bene.
I testi di Tom Smith si inerpicano su una visione claustrofobica della vita in cui però c’è sempre uno spiraglio di luce, un riscatto dalla condanna dei dispiaceri quotidiani, una redenzione per quella punizione wildeiana citata in apertura. Allusioni sfrontate a quanto scritto poco prima sono la vorticosa Forgiveness e l’inaspettato pop di Salvation, che ricorda addirittura qualcosa degli Imagine Dragons.
Gli Editors hanno trovato la loro dimensione pubblicando un disco più convincente dei due precedenti episodi. In Dream è un album che si affaccia verso il passato ma suona contemporaneo, ed è la testimonianza di un gruppo che ha deciso di sfidarsi e che si è messo in gioco partendo dall’autocritica.
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