Recensioni

Nuovo capitolo per i Soviet Soviet. Dopo una manciata di EP e il buon album d’esordio Fate, che ha limato le radici post-punk in un sound meno violento per certi aspetti e, soprattutto, ha ulteriormente accresciuto la stima nei confronti della band, sia entro i confini italici che nelle lande europee ed extra-continentali, il trio si è preso il tempo necessario per lavorare a questo Endless. Quello del secondo disco è un passaggio delicato, a maggior ragione quando l’album di debutto viene acclamato da addetti ai lavori e pubblico e diventa un viatico per il raggiungimento di obiettivi importanti come suonare negli Stati Uniti o in Europa, la partecipazione a Festival di un certo spessore e aperture per artisti come PIL o A Place To Bury Strangers. In quella fucina di talenti che è diventata Pesaro, dove in questi anni abbiamo assistito all’ascesa di band come Be Forest, Brothers In Law, Versailles (soltanto per citarne alcune), c’è una certa etica del lavoro, una sorta di stacanovismo che garantisce a questi musicisti una solida base sulla quale costruire il proprio cammino.
Così, dopo l’uscita e il tour di Fate, i Soviet Soviet hanno raccolto i pezzi di quello che la loro esperienza dentro e fuori dal palco ha significato in questi ultimi anni e hanno intessuto un disco più d’atmosfera rispetto al precedente, con un sound che, pur partendo dai marchi di fabbrica del trio come il post-punk, la new-wave, aperture pop e un cantato che ricorda in alcuni momenti Brian Molko dei Placebo, diventa qui più epico. Il serraglio di ritmiche ossessive, su un basso espressivo e nevrotico e chitarre taglienti, pervade di oscurità e vigore new-wave le atmosfere di questo Endless, sin da Fairy Tale, che apre le danze su un incedere cadenzato nato sull’esempio di Joy Division e A Place To Bury Strangers, dove strumentali con forte personalità si alternano a linee vocali di ampio respiro. Quella maturità che dev’essere prerogativa necessaria per un secondo disco, filtra attraverso le ripartenze di Endless Beauty, l’intermezzo strumentale di Remember Now o nell’imprevedibilità di Going Thorugh, dove una prima parte concitata si riversa su una seconda metà più dilatata. Il disco funziona anche quando ci sono piccole incursioni di elettronica, come la batteria in Star o nella prima metà di Rainbow.
Pochi dubbi: i Soviet Soviet hanno qualcosa da dire e lo sanno esprimere molto bene, sia dal punto di vista testuale che musicale. Non è solo post-punk, ma anche rabbia, frammenti di esistenza e oscura voglia di vivere.
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