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7.3

All’incirca al quarto minuto del (bellissimo) video di Open Window, tra gli oggetti che volano fuori dalla finestra, – dopo una chitarra, un pianoforte e alcuni abiti – fanno capolino anche i primi tre dischi dei Balthazar, certificati oro, certificati di un passato che sembra non interessare poi così tanto. Almeno all’impassibile Maarten Devoldere, protagonista del video e membro della band belga, ora di nuovo alle prese col suo progetto solista Warhaus, intento a mangiare un tegame di cozze mentre il suo (ex)mondo si schianta a terra.

Reduce da una dolorosa rottura d’amore, il cantautore belga, dinoccolato e sensuale, decide di ridere in faccia a quella sensazione di vuoto, a quell’incrinatura cardiaca scegliendo un titolo a primo impatto spensierato ma che in realtà tenta di rendere melodioso il crepacuore, come fosse la formula di un incantesimo: Ha Ha Heartbreak.

Già famoso con i suoi Balthazar ma sicuramente più a fuoco col progetto solista Warhaus, Devoldere è un cane sciolto, un outsider che rifugge l’hype e le scelte comode, una creatura sinuosa e oscura che ha sempre gettato il suono oltre la comodità delle catchy songs del gruppo di Courtrai. Quando infatti nel 2015, dopo l’uscita di Thin Walls, i Balthazar avevano deciso di prendersi una pausa per permettere a tutti le anime della band di volare da sole, nessuno poteva minimamente immaginare che il progetto Warhaus di Devoldere fosse progettato per durare ben oltre un disco. Se i Balthazar hanno sempre scelto un processo di cooperazione democratica, con l’universo Warhaus accade il contrario: Devoldere lascia deliberatamente scatenare il suo ego, corre molti più rischi dal punto di vista creativo, e risulta vincente con una discografia che si fa specchio di un’anima ironica, colta, sensuale, sacra ed eretica. E sì, profondamente sexy.

Paragonato troppo spesso e sin troppo facilmente a un moderno Leonard Cohen, il belga sembra averne studiato i confini imparando la lezione più importante: quella della giusta distanza. Dai miti, dalle cadute. La spina dorsale di Devoldere è intinta, così come lo era quella coheniana, nella nostalgia, sconfinata e dolorosa, di tutto ciò che non è mai stato e poteva essere, nella trasparenza dei cuori sacri, sempre in bilico tra decadenza e crollo.

Pulsante e sensuale, quello esplorato sinora da Warhaus è stato un trip-noir orchestrale che oggi beneficia della luce mediterranea, del suono meticcio dei giorni siciliani: già, perché Devoldere, rifugiatosi per tre settimana nella nostra Palermo, ha ricercato l’isolamento in una stanza d’albergo con un microfono, una chitarra, «e il cuore a pezzi». Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, insomma. E come lo cantiamo mentre siamo in preda al crepacuore? Perché sembra esserci qualcosa di epico e sensuale nell’impianto tutto meticcio sui cui si eleva l’affresco sophisti-pop creato da Maarten Devoldere? La risposta arriva dopo un primo ascolto di Ha Ha Heartbreak: Warhaus canta come se il canto fosse legato inscindibilmente al suo respiro, è una questione di sopravvivenza, di vita. E canta nell’aria di una stanza d’hotel, che è un’aria senza tempo, scandita al passo di una storia arcana che ritrova il futuro nell’antico mentre sembra distinguere e separare la felicità dei giorni buoni dal facile terrorismo delle crisi, infarcite da bombe a orologeria (ascoltate e leggete quel gioiellino di Time Bomb!). Senza crogiolarsi nell’autocommiserazione, l’album gode di una sonorità maestosa che fluisce come fra spontaneità e coscienza, come fra centro e circonferenza, come fra aurora e mezzogiorno. L’alt-croneer belga canta e scandisce le sue canzoni come se le stesse scrivendo nel momento: è l’ascolto di una preghiera in presa diretta, fatta da volti, accordi, paesaggi, riff e voci.

La musica combina bassi ipnotici e densità orchestrale in un suono entusiasmante che sviluppa in particolare la piena forza degli arrangiamenti sontuosi, fra Burt Bacharach e cori à la Morricone, fra melodie irresistibili che fanno incontrare gli Air con i fratelli Gibb. Il sound oscilla e risplende grazie agli archi satinati, ai fiati funky e al crooning doloroso di Devoldere, mai così nudo e intenso, con quella voce strascicata che sembra portare al patibolo, o nei primi cieli del paradiso. Scegliete voi.

Le vibrazioni art-pop, le armonie jazz ariose e gli archi cinematografici di Open Window scivolano nel disperato baritono groovy di Devoldere, che tenta di tenere a bada la realtà in quella bolla confortevole che è la negazione, “Girl, it’s in the future we belong / I know it’s in the future we belong”. Magari non in coppia ma nel futuro Devoldere ci sta benissimo. L’opener regala un tema romantico, glorioso e imperturbabile, che raggiunge il suo apice nel virtuosistico finale pianistico.

Dallo slancio funky-lounge di When I Am With You alla rabbia fluida dai bassi esuberanti e viscerali di It Had To Be You, Warhaus si serve della disperazione come motore di ricerca e valvola di sfogo, usando la propria voce come origine del processo creativo attorno alla quale, solo in un secondo momento e a demo già registrate, si è potuto sintonizzare la parte strumentale. Quello che noi ascoltiamo è esattamente ciò che Maarten ha registrato rannicchiato sul letto della camera d’albergo, nei caldi giorni del suo ritiro.

Il sarcasmo accattivante del clarinetto basso di Desire scioglie la voluttuosa texture sinfonica che con Mondello’s Melody regala una piccola pausa tutta strumentale dedicata al luogo che ha accolto l’heartbreak di Warhaus. Siamo dalle parti del Cohen di Death of a Ladies’ Man, nella penombra cantautorale di melodie libidinose: è lì che Devoldere decide di comporre l’inno della frustrazione romantica, autoironica ed eccitante di un cuore senza più casa.

Warhaus si aggrappa saldamente all’intima geografia della sommessa magniloquenza di una città come Palermo, e avvolge il suo dolore in ritornelli istantanei, melodie afose e dinamiche pop tra bassi fumosi e smooth jazz. Il suono cupo ma determinato ad aprirsi e l’atteggiamento brutalista con cui suona Devoldere, grazie anche a testi semplici ma ingegnosi nella costruzione di un’amata/nemica, impastano un album intelligente, spiritoso e figlio dello spleen sensuale che solo un belga in fuga a Palermo poteva ricercare.

È un’intimità seducente che ha a che fare con la persistenza della bellezza, con lo spleen oscillatorio di chi ha amato l’altro nei suoi passi, dentro la sua pelle, sopra e dentro il suo corpo. E che forse, proprio per quello, adesso può ricominciare a sorridere.

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