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«I’m not the man for changes». Questo, almeno, vorrebbe far crederci Maarten Devoldere in apertura di Changes, una delle prime canzoni di Fever, album numero quattro dei suoi Balthazar. Eppure, a distanza di quattro anni dall’uscita di Thin Walls, nuova linfa creativa sembra essere stata portata tanto dal suo side-project Warhaus quanto dal lavoro solista del co-leader della band, Jinte Deprez (J. Bernandt): una volta di nuovo insieme, pur con un leggero cambio di line-up (uscita Patricia Vanneste, lo scorso novembre è entrato nel quintetto un altro talentuoso polistrumentista, Tijs Delbeke, già con una nomination nel 2012 ai Music Industry Awards e con un curriculum che vanta collaborazioni con dEUS e Roosbeef), in studio tra i due sono emersi energia, creatività e la voglia di forgiare un suono sempre elegante e con quel tocco di decadanse che da sempre è il loro marchio di fabbrica, ma aggiungendo nuove e spesso indovinate tinte soul e funk.

Merito non solo loro, ma anche del bassista Simon Casier, che gioca su giri di sicuro effetto e volentieri ipnotici (nella title-track e nella fascinosa Phone Number, per esempio): gli archi sono ancora una volta presenti, così come i fiati e i suoni più caldi che si possano ricavare da un synth, ma è sul ritmo che stavolta si gioca a sorprendere l’ascoltatore. Se il cuore, in fondo, batte sempre per Serge Gainsbourg (anche quello lascivo di Love on the Beat che traspare in Grapefruit, già libro di testo di Marc Almond e Jarvis Cocker) e certi Tindersticks, il piede non riesce proprio a stare fermo al Beck che incontra il baggy fischiettato dei Kasabian in Entertainment (con quegli uh-uh che inevitabilmente richiamano alla memoria la stonesiana Sympathy For The Devil) mentre finisce l’aperitivo in un jazz club.

I Balthazar si ostinano a non ritenersi altro che una pop band, e se da una parte ci depistano con un discreto armamentario di sofisticherie (come gli archi mediorientali di Roller Coaster), dall’altra dimostrano di saper maneggiare particolarmente bene la materia in episodi radio-friendly come I’m Never Gonna Let You Down Again – un sinuoso funk old-school con tanto di ritornello in falsetto – e la contagiosa solarità Motown di Wrong Vibration. E pazienza se i testi non sono il forte di Devoldere («But you’re the best thing for a man / because I know you won’t expose me for what I am»), ci pensa il sassofono che si insinua a metà You’re So Real dopo il ritornello a rendere questo reggae barcollante il migliore nel suo genere dai tempi di Avalon.

Altro che pilota automatico. Fatta eccezione per uno o due passaggi a vuoto, Fever mostra la band belga ancora in movimento e sempre più decisa a farsi apprezzare da un pubblico sempre più vasto, senza tuttavia spiazzare troppo i seguaci della prima ora. Questo quarto tassello è l’inizio di un nuovo corso o si tornerà presto alle atmosfere più oscure di Rats? Le nostre orecchie, in ogni caso, ringrazieranno.

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