Recensioni

6.5

Seduto con le mani in mano in una sala d’attesa di uno studio medico. Così si presenta l’Homunculus Loxodontus, una statua dell’artista olandese Margriet van Breevoort divenuta un meme di successo nell’Est Europa negli ultimi quattro anni, che ci scruta sulla copertina di Sand, disco numero cinque per i Balthazar. Un’immagine al contempo buffa e inquietante, che esprime i sentimenti dell’uomo quando si trova in questa circostanza: attesa, paura (per la diagnosi) e un senso di impazienza (che arrivi al nostro turno) che, in piena emergenza Covid-19, cerca di esorcizzare la nostra angoscia e la nostra incertezza sul presente e sul futuro. La sabbia che dà il titolo al nuovo album e che scandisce lentamente il tempo in una clessidra non fa che aggiungere un’ulteriore connessione con l’attualità a un lavoro nato da un modo di lavorare diverso dal solito e che introduce anche qualche piccola novità.

Vista l’impossibilità di trovarsi per delle jam session con le quali far nascere e sviluppare canzoni, i membri della band belga si sono impegnati in autonomia, ognuno da casa propria, confrontandosi via Skype; questo non ha tuttavia compromesso la fluidità e lo stile dei nuovi undici pezzi, che si dimostrano coerenti con un percorso che aveva portato nel precedente Fever a un’apprezzata sterzata verso territori indie-pop e funk. Ma laddove Fever rappresentava un punto d’arrivo, che shakerava con gusto uno stile “cinematografico” alla Tindersticks e tentazioni più marcatamente pop, Sand è contraddistinto dalla presenza di loop di batteria, synth-bass, diverse soluzioni che riportano a un certo new cool europeo degli anni Ottanta aggiornandolo e rendendolo fruibile alle orecchie odierne, cori in falsetto che riportano alla disco music ma anche all’indie pop degli Electric Guest – ma c’è posto anche per Wurlitzer e sassofoni. Il tutto è unito a linee di basso limpide e in bella evidenza, arrangiamenti più spartani che rendono la scena sonora particolarmente spaziosa e il solito efficace alternarsi di voci. Dulcis in fundo, nel singolo Losers c’è pure un affettuoso omaggio a Paolo Conte.

Le canzoni miscelano ancora una volta pop e decadentismo di stampo Pulp e Gainsbourg (un esempio lampante è l’opening track Moment, con tanto di fiati funky), ma sulla tavolozza c’è qualche colore mai visto prima con cui il quintetto di Maarten Devoldere e Jinte Deprez si diverte a giocare e intrattenerci. Se quello di On a Roll è un r’n’b radiofonico efficace ma piuttosto sui generis, in I Want You si riprende la formula che portò al successo i primi Matt Bianco, tra atmosfere noir e jazzate, una scena rubata di soppiatto a un cocktail bar e girata in rigoroso bianco e nero, ritmo incalzante e dita che schioccano. Certamente ambizioso il connubio tra Bee Gees e Rhye (con gli Air di Moon Safari sullo sfondo) che interagiscono tra loro senza cacofonie in You Won’t Come Around, mentre un suono che sembra arrivare da una consolle di fine anni Settanta (ricordate lo Sportron?) o da una novelty song come Popcorn (nella versione degli Hot Butter) si intrufola in Linger On. Se Halfway è soul fino al midollo, si respira invece aria di sophisti-pop in Hourglass, dove spiccano un basso anni ottanta di scuola Simon Webb e accordi di settima in una melodia che potrebbe far ingelosire i Prefab Sprout, e in Leaving Antwerp – che in parte strizza ancora una volta l’occhio alle atmosfere più chic di quel decennio, personalizzando la ricetta che fece la fortuna degli svizzeri Double per una stagione.

Se da una parte Sand mostra una certa robustezza e ha un filo conduttore anche sul versante dei testi (almeno due sono rivolti all’ex di Devoldere), dall’altra sembra che siano le trovate più insolite a tenere viva l’attenzione e non la struttura particolarmente avvincente delle canzoni. È come se nella seconda metà dell’album subentrasse una sensazione di noia – si fa più fatica a ricordare i ritornelli dopo uno o due ascolti e tutto rischia di trasformarsi in musica buona per accompagnare un aperitivo, ma senza graffiare, distinguersi, “disturbare”. La produzione di Jasper Maekelberg è sobria e levigata, ma fa poco intravedere come la dimensione live con cui i Nostri si misureranno non appena sarà di nuovo possibile riuscirà a iniettare vitalità in un album tanto gradevole quanto interlocutorio.

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