Recensioni

I muri sottili sono forse la più grande croce delle abitazioni moderne. Anche se non frequentiamo i nostri vicini possiamo infatti sentire ogni minimo rumore e studiare le loro abitudini, sapere quando si svegliano al mattino, ogni quanto fanno la lavatrice, cosa guardano alla TV, di cosa parlano al telefono e se hanno ospiti in casa. E anche noi, se ci pensiamo, abbiamo perso molta della nostra privacy. È in un appartamento così che abitano oggi le canzoni dei Balthazar, band belga molto impegnata in tour dopo la buona affermazione con l’album Rats: oggi più di ieri Maarten Devoldere si mette a nudo con testi che attingono dalla quotidianità, spesso tra il serio e il faceto, dimenandosi tra tensioni amorose, avventure di una notte e un posto per quella sbronza che “quando ci vuole ci vuole”. Non è andato perso l’aroma inebriante che rendeva il loro sound una versione da cocktail dei Tindersticks, con i Velvet Underground, Serge Gainsbourg e Nick Cave visibili sullo sfondo, ma stavolta c’è anche qualcosa di diverso sul piatto – piccole novità che rinfrescano la formula quel tanto che basta.
I brani sono stati scritti nei momenti di pausa durante la tournée, il che li rende più spontanei ma non necessariamente raffazzonati o fuori fuoco; la tavolozza si è riempita di qualche tonalità inedita, grazie all’intervento di Ben Hillier (Blur, Depeche Mode) e Jason Cox (Massive Attack) negli studi Yellow Fish di Lewes, in Inghilterra. Un indie rock à-la Arctic Monkeys (o meglio, in stile Last Shadow Puppets) si fonde con un plumbeo chamber pop, per creare una trama al contempo suadente e nervosa, grezza e levigata, divertente e annoiata: durante una recente intervista i Balthazar hanno scherzato sul fatto che i loro colleghi inglesi, rispetto a loro, hanno una perenne ansia da prestazione dovuta alla popolarità di modelli impossibili da raggiungere (citando soprattutto i Beatles). Per questo, a loro dire, si sentirebbero più liberi di crearsi una propria identità, distinta tanto dai più sperimentali dEUS quanto, specie nell’uso degli archi e nelle fugaci reminiscenze Sixties, dalle atmosfere da soundtrack e dal suono più ricco e patinato cui ci hanno abituati gli Hooverphonic.
Sembra tirata fuori dal cilindro dei Morcheeba di Charango la canzone che apre il lavoro, Decency, con un cantato alla Bono Vox (ascoltare per credere) e il ritorno, nel testo, della metafora dei ratti (“guess we’ve been rats / for quite a while / lacking any decency and style”); ha un gusto piacevolmente asprigno il singolo Then What, che fa scontrare il Richard Hawley più ombroso e gli Smashing Pumpkins di 1979. “C’è un volto di donna in ognuno / ed è così accecante”: gli effetti collaterali dell’alcool si rivelano in un Nightclub che sa di glam rock e che ruba con destrezza il riff a Personal Jesus dei Depeche Mode, mentre è il basso pulsante di Simon Casier a conquistare la scena nella riuscitissima Bunker. Peccato solo che dopo le atmosfere di Wait Any Longer, quasi una versione debosciata di un classico della Motown, si avverta una sensazione di marcata monotonia. A movimentare un “lato B” altrimenti senza particolari guizzi pensa I Looked For You, una scenetta dissacrante da far invidia a Stephin Merritt: «Ti ho cercata tra la luna e il sole, ho chiesto a degli anziani sulla panchina se ti avevano vista al parco», con il ritornello che poi rivela che «per tutto il tempo avrei dovuto sapere che mi aspettavi a casa / e tu ti stanchi di aspettarmi». Dalle chiese al vuoto tra le stelle è un attimo ritrovare Maarten chiedere se la propria amata è stata vista all’inferno, o mostrare la sua foto ai giornalisti e cercarla addirittura nei postriboli.
A dieci anni dalla formazione del gruppo e dopo due album ben accolti, Thin Walls è al tempo stesso un passo avanti e uno indietro: i Balthazar avranno sacrificato pure la loro privacy vivendo a stretto contatto più del solito, ma funzionano sempre meglio come band quando si tratta di ritagliarsi lo spazio giusto nella scena sonora, senza mai spintonarsi. Sanno anche prendersi meno sul serio. Ma non tutti i pezzi a disposizione – specie quelli più pop – lasciano il segno: rendere la propria proposta più accessibile è sempre un’arma a doppio taglio, si può guadagnare una fanbase nuova così come far scendere dalla macchina perplessi i seguaci della prima ora. Per il momento ci si è accontentati di dare un proverbiale colpo al cerchio e uno alla botte. E domani?
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