Recensioni

Cory Hanson torna con i suoi Wand e, coerentemente con quanto fatto fin qui, Vertigo continua nel segno dell’archivismo. Il suo è un percorso di convergenze parallele con Ty Segall con il quale ha peraltro collaborato come parte dei Muggers sia in studio (Emotional Mugger, 2016) che live. Qui si rivede il folk e il rock americano in senso weird, lì il garage da un’angolazione freak. In entrambi i casi parliamo di musicisti decisamente prolifici. Hanson ha raccolto bene con l’autografo Western Cum del 2023 e lo stesso intende fare con il successore di Laughing Matter del 2019.
Partiamo col dire che Vertigo è un disco su più livelli, che contiene al suo interno diverse ispirazioni, provenienti stavolta da entrambe le sponde dell’Atlantico, spesso raccolte e in dialogo fra loro all’interno del singolo pezzo. Strategia che alle volte premia altre volte meno. Due sono le discontinuità rispetto al predecessore. Una di formazione (via i polistrumentisti Sofia Arreguin e Lee Landey, dentro Evan Backer), l’altra sostanziale. Se in Laughing Matter il bricolage archivistico postmoderno incorporava elementi altri dal rock-garage à la Ty Segall, come il prog, field recordings, ambient trance, in Vertigo i riferimenti sono diretti verso il rock più tradizionale, o quantomeno più canonizzato, statunitense e britannico.
Il primo strato è quello stoner-psych, delle chitarre abrasive, delle cavalcate nel deserto, dell’asciuttezza come fattore estetico, layer basic sin dagli esordi, e che ritroviamo fin dal primo pezzo del disco, Hangman, o in High Time, che richiama i conterranei Meatbodies (d’altronde Hanson e Ubovich hanno collaborato in passato, sotto l’egida del già citato Ty Segall, nume tutelare di un rock “capellone” e connotato da curiositas per tutto ciò che suggerisca una certa aura di freakness). A volte, come in Smile, la componente più rock deriva verso lo shoegaze, o comunque un discorso alt anni ’90. I riferimenti sono gruppi da cavalcate chitarristiche agrodolci, come i Dinosaur Jr. più recenti, più controllati, di Farm. In questi pezzi troviamo la band nella sua zona di comfort, che asseconda il suo lato garage, sempre presente e quindi non nuovo rispetto alle uscite precedenti.
Su questa base ben riconoscibile s’innestano talvolta arrangiamenti di fiati quasi vaudeville e melodie più chamber pop che richiamano vagamente l’Inghilterra degli anni ’60, gli esperimenti da cabinet des curiositées dei Kinks: si veda Mistletoe, con una melodia decisamente sixties corroborata da fiati e bordone chitarristico simil-sitar. Il richiamo alla Gran Bretagna è rafforzato da alcune affinità formali con i Radiohead, specie quelli più torridi di un disco come Amnesiac: la somiglianza del timbro vocale di Hanson, su tutte, ma anche il ricorso a intervalli quasi dissonanti (in JJ, corroborati da una chitarra tremolo che si rivolge a Marc Ribot) e, in generale, a strutture più dilatate temporalmente. Ne è un esempio la già citata High Time, lenta cavalcata di 7 minuti la cui sostanza sonica è il bordone di feedback, uno stilema tipico degli ultimi Spiritualized, più votati all’hard rispetto agli esordi (viene in mente Hey Jane da Sweet Heart Sweet Light del 2012). Questi forse gli episodi più di ricerca, che segnalano un’attenzione da osservatore esterno verso il pastiche nella tradizione britannica.
Meno riusciti i pezzi in cui l’intenzione sincretica è più evidente, risultando spesso in una sovrapposizione poco organica di motivi e referenti. Si segnala in questo senso Lifeboat, fra una batteria elettronica che gocciola, una tromba che apporta una dimensione liquida, così come l’arpeggio pulito di chitarra: una ballata chamber pop che confina marginalmente con l’elettronica, come dei Deerhunter (che pure fanno ampio uso di feedback e bordoni chitarristici) meno melodicamente ancorati all’indie di inizio millennio e quindi con le idee meno chiare.
Un ulteriore capitolo di una carriera (quella di Hanson) da archivista e suggeritore, ri-compositore di contesti musicali a contatto fra loro solo nelle utopie febbrili di una mente profondamente postmoderna (e millennial). Una serie di ucronie musicali che richiamano operazioni di assurdo cucito à la Pynchon. Stavolta, però, sembra che l’impasto sia meno coeso: in mancanza del solido appoggio del bordone, del feedback e della tradizione psych californiana, gli ingredienti sembrano sfociare in un indistinto acquatico, poco solido da giustificare una cifra stilistica. Preoccupazione che, comunque, non riguarda un approccio-pastiche, che in definitiva sembra essere la vera cifra dei Wand: pescare e ricomporre, un’operazione squisitamente intellettuale, libresca, di fantasia.
Amazon
