Recensioni

Gli Spiritualized ovvero della psichedelia oggi sulla scorta di uno ieri ancora attualissimo, ringalluzzito un paio di anni orsono dalla ristampa arricchita del capolavoro Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space. Quello il disco-cardine nel quale confluivano tutte le ossessioni antiche e nuove (il gospel) di Jason Pierce, aka J. Spacemen, personaggio tanto schivo quanto ambizioso, un classe '65 che probabilmente avrebbe voluto essere piovuto sul mondo un paio di decenni prima, così da vivere in prima persona le peregrinazioni spacey della ditta Barrett & Waters oppure (e anche) l'allucinazione nera dei Velvet Underground. Gli toccò invece scrivere capitoli fondamentali durante gli 80s coi suoi Spacemen 3, ricavando seminale neo-psichedelia da premesse garage e post-wave, prima che l'avventura andasse a spegnersi assieme al decennio edonista.
Spiritualized fu l'immediato nuovo corso, un ventennio abbondante di esiti artistici piuttosto luminosi distribuiti in sei dischi (col picco summenzionato) e chiaroscuri esistenziali che hanno portato Pierce alle soglie del disarmo emotivo, fermo restando però il desiderio di eccellenza espressiva e formale (vedi l'esecuzione per orchestra dell'intero Ladies And Gentleman alla Royal Albert Hall), talora al limite della megalomania situazionista (come il concerto sul famigerato vulcano Eyjafjallajökull). A quattro anni dal buon Songs In A&E, l'annuncio che l'atteso nuovo lavoro avrebbe virato con decisione sul versante pop ha fatto drizzare le orecchie a molti. Alcuni lanci stampa azzardavano addirittura ammiccamenti alla calligrafia del sempre caro Brian Wilson. Ebbene, alla prova dell'ascolto mi viene da dire: cazzate. Pierce sta a Wilson come gli Oasis ai The Who, così a spanna. Se il metro è l'inventiva pop, ci fa la figura di un venticello di tramontana contro un ciclone.
In sostanza, il qui presente opus numero sette Sweet Heart Sweet Light è un fluviale alternarsi di garage-psych corroborato glam e pop orchestrale con generosi additivi gospel, più qualche diversivo folk-rock e inevitabili esiti soul. La sostanziale prevedibilità – per non dire piattezza – delle melodie sembra conseguenza di una poetica della pienezza sonora che può contare sì su arrangiamenti e produzione di prim'ordine, ma non riesce mai ad avvicinarsi ad un climax degno di questo nome. Prendi i due pezzoni tirati: il singolo Hey Jane col suo incalzare beat da Iggy Pop riprocessato Strokes, la cesura e ripartenza col piglio motoristico, poi Headin’ For The Top Now col piano boogie e le chitarre scorticate, languore Marc Bolan e nevrosi Velvet però diluiti nella camomilla Verve, in entrambi i casi messinscena che rassicura più che scuotere (al contrario del video di Hey Jane che scuote eccome), cartoline acide spedite nella quiete dei salotti per terapie soniche da dopolavoro.
Va anche peggio quando la mollezza glam assume le sembianze piacione e le paturnie cool di un Lenny Kravitz (Little Girl, Mary), mentre Too Late e Life is A Problem abbozzano malinconie caramellose Eels ma senza che il malanimo del buon Everett ci salvi dal rischio diabete. Non si fa particolarmente onore neanche la collaborazione con Dr. John, quella I Am What I Am che in pratica ricicla Inner City Blues di Marvin Gaye come farebbero dei Primal Scream sotto valium. Sprazzi di vitalità con una You Get What You Deserve che sfida la monotonia con uno sfondo arty di tastiere vetrose e archi orientaleggianti, mentre Freedom e la conclusiva So Long You Pretty Thing se la cavano scozzando tenerezze e apprensioni Mojave 3 con particelle floydiane e floscia baldanza Blur.
Ok, non sarà questo passo falso a farci perdere il rispetto per l'astronauta albionico, diciamo che l'azzardo pop lo ha condotto in piena buona fede su un plateau di ambizioni esauste, al punto da suonare per la prima volta – ebbene sì – velleitario. Anche le astronavi possono fare retromarcia al bisogno, no?
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