Recensioni

7.1

Che un gruppo per il quale i testi sono sempre stati importanti come il fatto di scriverli in italiano, dopo sei anni di pausa nei quali il cantante ha pubblicato alcuni libri, torni con un album interamente in inglese suona strano; e non si tratta nemmeno di un disco di cover (che, dopo tutto questo tempo, non sarebbe stato un gran segnale di salute) ma di una scelta doppiamente motivata. Dopo una prima spiegazione, tra il serio e il faceto, che «in italiano non abbiamo più voglia di raccontarvi niente», la scelta linguistica trova una ragione nel concept del disco, ovvero raccontare l’America di fine impero ma da lontano, senza esserci: «alla Salgari», come dicono loro, e da qui il titolo che gioca con l’espressione “the real McCoy” (che indica una cosa autentica, contrapposta alle imitazioni).

Quella che raccontano è un’America di personaggi marginali, “bozos” e “psychos” che vivono nelle “motorhomes” alle prese con The End Of Innocence e con un mondo «that is going nuts», pronti a un brindisi «to the asteroid» mentre «bring down the curtain / turn off the stars, park the car / at the side of Ocean Drive / give a glimpse into this boundless void». Un’America da crepuscolo, che i Nostri raccontano senza chitarre col tremolo o simili trucchi didascalicamente USA, ma semplicemente dando una coloritura un po’ più scura al loro stile, che semmai è più UK e che già da un po’ non è più quello saltellante dell’esordio, ma che specie nei due brani di apertura rievoca l’andamento pesante dei Cure di Bloodflowers. Poi si fa vintage-pop lontanamente baustelliano in Old Baller, tardo-coheniano nell’ariosità fatalista di Soldiers On Leave, sostituisce in Toast The Asteroid il brio alla rassegnazione che il testo suggerirebbe, mentre il finale è un arrivederci ad Albuquerque (chissà perché; forse perché, come diceva Neil Young nella canzone omonima, è una città in cui «they don’t care who I am», dunque la possibilità tipicamente americana di un nuovo inizio) condotto in un tono sommesso tra lo stordito e l’inquietante che rievocano sia la loureediana The Bed sia lo Scott Walker visto da Bowie su The Heat (da The Next Day).

L’inglese di Lenzi non è del tutto “the real McCoy” ma suona corretto nonché raffinato nella scelta di parole particolari (d’altronde il cantante aveva già sfoggiato un buon romanesco, che non è più facile, ne L’eternità di Roma), ma il progetto funziona sia nel modo in cui i piccoli cambiamenti stilistici vanno a dare una veste coerente all’idea, sia come ispirazione.

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