Recensioni

Era il 1992 quando, per la prima volta, sulle pagine del tabloid Village Voice apparve l’espressione “New Queer Cinema”. La penna era quella della critica femminista B. Rudy Rich, la quale notò come, in quegli anni, l’omosessualità fosse una tematica ricorrente in una certa fetta di cinema indipendente. Tanto da poterne delineare i tratti caratterizzanti, seppur a grandi linee. Sono diversi i registi che si inseriscono in questa parentesi: Derek Jarman, Gregg Araki, Rose Troche e, in ultimo, Todd Haynes, probabilmente il più pop di loro (e quello con il successo commerciale più significativo).
E se parliamo di pop e Todd Haynes, parliamo di uno dei film che chiude la tradizione del New Queer Cinema: Velvet Goldmine. Un film talmente barocco, nello stile e nei temi, che limitarsi alle questioni di genere e sessualità per parlarne è riduttivo. Il film porta il nome di un brano di David Bowie, scritto in origine per The rise and fall of Ziggy Stardust e poi pubblicato come B-side per il remaster di Space Oddity. Il terzo lungometraggio di Haynes era stato concepito come una versione molto romanzata della vita di David Bowie, con un occhio particolare alla sua amicizia con Iggy Pop e Lou Reed. Una relazione che, in Velvet Goldmine, diventa di natura sessuale. Per questo motivo Bowie ha negato la possibilità di usare il suo nome e la sua musica. A quel punto, Haynes ha dovuto reinventare completamente il film, dando vita a un personaggio che è la sintesi perfetta delle icone del glam rock: Brian Slade.
Ambientato nella Londra degli anni ’70, Velvet Goldmine è una fantasia pop costellata da rock star androgine. Il film si apre con il finto assassinio sul palco di Slade (Jonathan Rhys Meyers), che nel film incarna diverse rockstar: Marc Bolan, Bowie, persino Oscar Wilde, che diventa l’antenato ideale del glam rock (nella sequenza d’apertura, un Wilde bambino dice che da grande vuole fare “la pop star”). Questo fil rouge è rappresentato da una spilla di diamante verde, arrivata misteriosamente dallo spazio (riferimento a Ziggy Stardust) e finita tra le mani del dandy poeta, passata poi di mano in mano ai protagonisti glam del film. In questo senso, Velvet Goldmine è un film profondamente britannico, patria ideale del pop-rock, di una rivoluzione iniziata con il divismo di fine Ottocento e continuata per tutto il secolo scorso.
Tornando alla trama, scopriamo fin da subito che la morte di Brian Slade in realtà è finta, una messa in scena del cantante smascherata immediatamente dalla stampa. Si passa poi alla New York del 1984, che con i suoi toni cupi evoca uno scenario reaganiano, quasi orwelliano, con il ronzio degli altoparlanti che trasmettono continuamente pubblicità nelle metropolitane. Anche se non viene mai citato, l’AIDS pervade tacitamente questo spazio grigio: del resto è uno dei temi ricorrenti del New Queer Cinema, che secondo alcuni critici nasce proprio con i video degli attivisti per l’AIDS, segnati dalla riappropriazione dell’immaginario mainstream e dalla voglia di mescolarlo con il desiderio di scioccare e dar vita al dibattito politico. In Velvet Goldmine non c’è la protesta esplicita, ma c’è l’opposizione continua del mondo glam, inglese, libero e colorato, con quello capitalista, americano e oppressivo, dove le voci della comunità queer sono sopraffatte dal senso di paura. Il dualismo è chiaramente sottolineato dalla fotografia, molto più cupa nei segmenti degli anni ’80, dalla scenografia e dai costumi dei personaggi, vestiti di scuro e senza la minima traccia dei glitter che invece abbondano nei flashback.
In questo quadro troviamo Arthur (Christian Bale), un giornalista con il compito di fare ricerche sulla presunta sparatoria di Slade nel decimo anniversario dell’evento. Qui ha inizio un avanti e indietro nel tempo, un collage di eventi costruiti come se fossero videoclip musicali. Per farla breve: Quarto Potere se fosse stato girato per Mtv. In effetti, il film è costruito interamente come il capolavoro di Orson Welles: un’indagine giornalistica si trasforma in una spirale nel tempo, dove i segreti della vita di Slade vengono pian piano svelati: che fine ha fatto il cantante dopo la finta uccisione?
Prima di finire in America, Arthur era un adolescente londinese a disagio con la propria sessualità, che annaspava nella scena glam-rock tra i suoi colori e le sue luci. Nella sua inchiesta conoscerà Mandy (Toni Collette), ex moglie di Brian, e Curt Wild (Ewan McGregor), anche lui rockstar ed ex amante di Slade. Wild, in particolare, è una sorta di Iggy Pop selvaggio e sfrontato (lo ricorda nello stile e nelle esibizioni, di cui una con glitter e nudo integrale). Arthur si trova a fare i conti con il fatto di «essere pagato per ricordare cose che i soldi, la carriera e la serietà della vita hanno cancellato dalla mente». Questa frase, presente nei trailer e nei poster promozionali, in realtà non è nel film, ma era prevista nella sceneggiatura originale, pubblicata da Miramax successivamente. Un raro gesto di sostegno per un film la cui promozione ha sofferto la concorrenza di Shakespeare in Love e La vita è bella (entrambi del 1998), appartenenti alla stessa casa di produzione. Con questo soliloquio interiore, Arthur ammette di essere stato assorbito da un’etica capitalista in cui il denaro, il lavoro e il decoro non lasciano spazio allo sfarzo del glam rock.
Il cast musicale è un valore aggiunto, e non poteva essere altrimenti per un regista che ha diretto, tra le varie cose, un incredibile biopic su Bob Dylan (Io non sono qui / I’m not there) e un documentario sui Velvet Underground. Tra gli artisti del film ci sono i fittizi Venus in Furs (la band di supporto di Brian Slade), di cui fanno parte Jonny Greenwood e Thom Yorke dei Radiohead e Bernard Butler dei Suede, e i Wylde Ratttz, un supergruppo formato da Ron Asheton degli Stooges, Thurston Moore e Steve Shelley dei Sonic Youth, Don Fleming (Gumball), Mike Watt (Minutemen) e Mark Arm (Mudhoney). I Placebo, che appaiono anche come attori, interpretano la cover di 20th Century Boy, brano originale dei T-Rex.
Che cos’è, quindi, Velvet Goldmine? Non è un film politico, e per alcuni critici ciò ha decretato il film il punto d’arrivo del New Queer Cinema, sebbene anche nei 2000 inoltrati ci siano state opere appartenenti al filone. Ma è un film talmente pieno di musica, arte e letteratura, che di suggestioni sul quadro sociale dell’Inghilterra ce ne sono a bizzeffe.
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