Recensioni

In un modo o nell’altro, il conflitto ha sempre generato arte: dall’Iliade alla Marsigliese, da Guernica ad Apocalypse Now, tutti i media con cui l’uomo ha comunicato nel corso della storia sono influenzati da un qualche tipo di guerra, scontri che lasciano un segno sulle persone che, a loro volta, decidono di trasmettere le loro sensazioni in forma scritta, visiva, sonora. Quest’ultimo è il caso di Vatican Shadow, side project che Dominick Fernow porta avanti in modo estremamente prolifico dal 2011. Meglio conosciuto con lo pseudonimo di Prurient, i dischi sotto l’egida di Vatican Shadow rappresentano la visione dell’artista della guerra moderna, panorami sonori aspri e minacciosi in grado di dipingere scenari militari e scene di combattimento in modo inedito: sacrificando il lato più electro-noise di Prurient, come Vatican Shadow Fernow ci immerge infatti in droni pesantissimi, beat marziali e un mood angosciante che non lascia scampo nemmeno nelle tracce più distese. Più che parlarci di guerra, Fernow decide di portare la guerra direttamente nelle nostre orecchie.
Secondo LP pubblicato quest’anno, American Flesh for Violence riprende il concept dei passati dischi del progetto senza particolari fronzoli o evoluzioni: chi è a conoscenza dell’opera dell’artista si troverà davanti a sei nuove tracce estremamente familiari ma non ridondanti, un proseguimento diretto e naturale del lavoro ormai quasi decennale di Fernow. Per chi non conoscesse Vatican Shadow, invece, il modo migliore di descrivere le sue opere sarebbe paragonarle alla colonna sonora di un videogioco di guerra: tramite i titoli dei singoli brani infatti Fernow opera una sorta di rudimentale worldbuilding, dandoci uno sguardo fugace su quella che sembra essere una sorta di ucronia estremamente militarizzata e affascinante al tempo stesso.
Musicalmente Vatican Shadow rientra pienamente nella techno-industrial, spostandosi a volte su tracce più eteree e altre su pezzi più duri, senza però mai uscire o contaminare troppo i binari del genere. American Flesh for Violence non è un’eccezione a questa regola: The Base In The Land Of The Two Rivers (Al Farooq) suona come la versione più buia della Machete di Moby col suo beat cupo e a tratti inquietante; Hardened Garage (The Have and Have Nots) alza i BPM ma non il morale in un pezzo che sembra uscito direttamente da uno degli ultimi lavori degli HEALTH; la più dolce e sognante Inherit The Ruins prende a piene mani dalla tradizione Massive Attack, mentre Desert Father (Return To Desert Storm) colpisce come una sorta di versione arrabbiata di Telefon Tel Aviv; a chiudere il disco pensando Peace Means Violence, versione più costruita, frenetica e interessante di Inherit The Ruins, e They Always Fight The Last War, un climax ascendente in salsa Autechre che purtroppo non esplode mai.
In buona sostanza si tratta di un lavoro per completisti, un compito ben svolto ma che non riserva alcuna novità o particolari momenti di interesse.
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